Non ho mai amato i viaggi organizzati e quello nel sud del Marocco è stato uno dei primi ma anche uno degli ultimi. I tour di gruppo non sono nelle mie corde, e non corrispondono alla mia idea di viaggio: orari prestabiliti, tappe frettolose e accalcate di gente, nessun margine lasciato all’ispirazione e alle esigenze del momento.
Fatto sta che in Marocco, dopo il classico tour “imperiale” con i miei genitori, sono tornata a distanza di 23 anni e, ancora una volta, con un tour organizzato. Io e la mia amica Silvia in un gruppo di 17 persone tra cui due ragazze che, sbagliando prenotazione, anziché trovarsi in uno pseudo “avventuroso” tour in 4×4, sono incappate nel tradizionale e tranquillo itinerario in bus turistico da “terza età”, come lo hanno definito loro.
Partite sotto un’acquazzone torrenziale, giungiamo a Marrakech in serata, città imperiale che visiteremo al termine dei nostri otto giorni di tour. Ci aspettano infatti, già il mattino dopo, 200 chilometri in pullman per raggiungere Quarzazate attraverso il passo di Tizin’ Tichka, a 2260 metri di altitudine, nella catena dell’Alto Atlante, la più alta catena montuosa del Nordafrica, una zona isolata dove la cultura e l’identità berbera è rimasta salda. Fin dai tempi più antichi queste montagne sono state rifugio per le popolazioni che fuggivano gli invasori. Oggi, anche se i berberi non sono più costretti a difendersi, vivono ancora all’interno delle tighremts, antiche case patriarcali dalle spesse mura.
Sui fianchi dei monti si scorgono i villaggi d’argilla dove anche il più piccolo appezzamento di terreno viene usato per coltivare l’orzo, il mais, il grano, le rape, l’erba medica e le patate, prodotti che crescono anche a quote elevate. Qui si parla esclusivamente il tamazight, la lingua berbera che in Marocco non viene parlata o insegnata a scuola ma si sente alla radio e alla televisione marocchina. Qui le donne si dipingono il corpo, soprattutto mani e piedi, con disegni realizzati con l’hennè.
Oltre a purificare e abbellire chi li porta, questi disegni servono da protezione contro le forze soprannaturali, allontanando i cattivi spiriti. E qui si usano i muli come animali da soma per portare le merci pesanti e per percorre lunghi tragitti. Avvistiamo dal pullman alcuni uomini a dorso di mulo in abiti tradizionali, il turbante bianco e la jellaba, una tunica per lo più azzurra, che arriva al ginocchio ed è indossata sopra una camicia a maniche ampie. All’estremità meridionale dell’Alto Atlante, dove deserto e montagna si incontrano, ammiriamo, sempre dalle vetrate del pullman, le basse montagne striate di rosso ed il deserto di pietra, interrotto da verdi oasi in cui crescono a profusione palme da dattero. I palmeti sono punteggiati da centinaia di kasbah e ksour, i villaggi fortificati che proteggevano un tempo le popolazioni sedentarie dagli attacchi delle tribù nomadi, un paesaggio affascinante che il cielo coperto e la luce piatta non mi consente di apprezzare appieno. Finalmente ci fanno scendere dal bus per visitare Ait Benhaddou, un suggestivo ksar, dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.
KASBAH E KSOUR, I VILLAGGI FORTIFICATI DEL MAROCCO
Appoggiato a una collina di arenaria rosata dalle suggestive striature verdi, Ait Benhaddou è spesso usato come location per riprese cinematografiche. Fortunatamente si può visitare il villaggio senza guida quindi ne approfitto per “seminare” il resto del gruppo e, involontariamente, anche Silvia, e ammirare in tranquillità le bellezze del luogo arrampicandomi fino alle ultime kasbah, situate sulla cima. Qui le torri merlate sono decorate con archi ciechi e disegni geometrici in rilievo che creano un suggestivo gioco di luci ed ombre.
Mi fermo in un piccolo negozio ad acquistare una bottiglietta d’acqua e un acquerello dipinto da un giovane artigiano. A gestire la rivendita è il capofamiglia di uno dei dieci nuclei familiari che oggi risiedono a Ait Benhaddou.
Si risale in pullman per raggiungere Ouarzazate, dove si trova il nostro hotel. Antica sede di una guarnigione della Legione straniera, Ouarzazate fu fondata nel 1928, dopo essere stata scelta come base strategica dai francesi per pacificare il sud del Marocco. Qui le strade sono ampie, punteggiate da alberghi e giardini municipali ben tenuti. L’unico monumento storico è la kasbah di Taourirt con la sua bella facciata decorata da disegni geometrici, le torri merlate che avremmo poi ammirato anche di sera, al buio, sotto una splendida luna piena. L’interno è un susseguirsi scalinate che portano in stanze dai soffitti dipinti, per lo più vuote, illuminate da basse finestre con le tipiche griglie in ferro battuto fatte senza saldatura. Ad otto chilometri dalla cittadina visitiamo i famosi Atlas Film Studios, centro dell’industria cinematografica del Marocco, ma anche il più grande studio cinematografico del mondo nato all’inizio degli anni Ottanta. 30mila metri quadri di deserto, circondati da alte mura di argilla, che hanno ospitato set cinematografici iconici come “Il Gladiatore” e “Star Wars”, oltre a scene di “Game of Thrones”, “Il tè nel deserto” di Bernardo Bertoluccui, “Kundun” di Martin Scorsese, “Body of Lies” con Russell Crowe e Leonardo Di Caprio.
Ouarzazate fu utilizzata per la prima volta come location cinematografica già negli anni Sessanta. Qui nacque il film epico “Lawrence d’Arabia” del 1962. Il regista David Lean, avendo una certa familiarità con l’area, sapeva che il sito poteva fornire un’ambientazione autentica per qualsiasi storia antica basata sul deserto. Nell’occasione, la maestosa kasbah Tiffoultoute, oggi ristorante di lusso, fu trasformata in albergo per fornire alloggio agli attori durante le riprese del film. Immancabile, prima di risalire in bus, la foto davanti all’enorme aereo a propulsione utilizzato in un altro film epico, il “Gioiello del Nilo” del 1985.
Ci attendono ben 330 chilometri di pullman per raggiungere Erfoud. Ci fermiamo per il pranzo in un ristorante costruito in stile kasbah all’interno delle Gole di Todra, dirupi alti fino a 300 metri, tappa di passaggio per raggiungere poi le dune dell’Erg Chebbi che si estendono ai piedi della piccola oasi sahariana di Merzouga, in mezzo a un suggestivo deserto di pietra e sabbia. Dopo un breve tragitto a dorso di cammello la guida ci concede il tempo di assistere al tramonto dall’alto di una duna di morbida sabbia rosata.
A rovinare la suggestione del momento, l’arrivo inaspettato quanto repentino di un finto tuareg bardato di blu che sbarca il lunario chiedendo la bellezza di 6 euro per una foto ricordo. La contrattazione qui è d’obbligo e molti dei miei compagni di tour si lasciano convincere e rimontano in pullman dopo aver scattato la foto di rito all'”uomo blu”.
Giungiamo quindi a Erfoud per il pernottamento, una cittadina tranquilla con un vasto palmeto, e una disposizione urbana a scacchiera, ricordo del suo passato militare. Qui infatti i francesi avevano creato un posto di guardia per sorvegliare la valle del Tafilalt dagli attacchi berberi. Sostiamo ad assaggiare i gustosi datteri scuri naturali, tanto rinomati da avere una festa loro dedicata che si svolge in ottobre, un evento religioso e laico che attrae turisti e gente delle tribù della zona. Oltre ai datteri, la principale risorsa di Erfoud è il marmo scuro lavorato con fossili all’interno. Visitiamo una delle numerose bottega d’intaglio, le Usine de Marmar, dove acquisto un pendente in marmo nero con al suo interno un fossile cristallizzato che contrasta per il suo colore chiaro.
Prima di far ritorno a Ouarzazate, raggiungiamo Zagora, cittadina fondata dai francesi nel periodo del Protettorato. La prima foto che scatto è quella al murales con scritto “Timbuctu, 52 giorni a dorso di cammello” un’iscrizione che rievoca il periodo d’oro delle grandi carovane che attraversavano il Sahara. Il nostro pullman si addentra quindi nella Valle del Draa che, come dimostrato dalle incisioni rupestri scoperte nei pressi di Tinzouline, era abitata da guerrieri di epoca preistorica. La valle, le cui costruzioni sono in buono stato di conservazione, contiene un gran numero di ksour e kasbah, tra cui quella di Igdaoun che domina il paesaggio con le sue piramidi tronche.
Immancabili durante un tour di gruppo gli shopping moment organizzati. Un mercato lungo la strada, una rivendita di tappeti e un’erboristeria, dove alla miracolosa crema alle rose contro le “zampette di gallina” (come specifica il venditore), preferisco lo zafferano in pistilli, difficile da trovare in Italia. I tipi di tappeto marocchini si possono ascrivere a due gruppi principali: i tappeti berberi e quelli di città. I primi, sia tessuti che intrecciati, sono piacevolmente grezzi e sfoggiano disegni fantasiosi con decorazioni con animali, piante e motivi architettonici ideati dalle tessitrici.
I tappeti di città, in particolare quelli di Rabat e Médiouna, influenzati dalle tradizioni orientali, appaiono più raffinati e si caratterizzano per la decorazione su campo rettangolare a motivi geometrici. Il “tappetaro” ci srotola decine di tappeti, elencandocene in un italiano stentato le innumerevoli qualità. Non mi lascio però incantare: portarsi dietro fino a casa un tappeto, sia pur piccolo, non è cosa di poco conto, ricordo ancora l’incubo delle due apposite valigette dove il “tappetaro” turco aveva riposto i due tappeti scendiletto acquistati ad Antalya in occasione del mio viaggio in Turchia.
MARRAKECH, L’IMPERIALE
L’importanza di Marrakech è tale che il Marocco prende nome proprio da questa città. Per più di due secoli questo centro berbero sorto sul punto di incontro tra il Sahara, l’Atlante e l’Antiatlante, fu sede di un grande impero. Lo testimoniano le mura realizzate da illustri architetti, i favolosi palazzi, le moschee, i suk sistemati secondo i beni che vi vengono venduti ed i lussureggianti palmeti. Ovviamente il nostro hotel si trova a ridosso di piazza Jemaa el-Fna, interessante esempio della vita tradizionale marocchina, dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’umanità.
Dove un tempo venivano giustiziati i criminali oggi si tiene ogni mattina un grande mercato in cui si vendono piante medicinali, succo d’arancia fresco e dolciumi. Ma è dal tramonto in poi che l’attività di piazza Jemaa el-Fna giunge al culmine e questo spiazzo irregolare si trasforma nel teatro di un gigantesco spettacolo all’aperto. Usciamo dall’hotel e ci aggiriamo liberamente nella piazza. L’aria è piena di aromi di spezie e della carne alla griglia che gli avventori gustano accalcandosi lungo le tavolate di fortuna allestite a ridosso dei banchetti, tra la calca spiccano “incantatori” di serpenti a sonagli, musicisti, ballerini, cantastorie, cartomanti e persino cavadenti artigianali, un variegato pot pourri umano che ci gustiamo con piacere prima di essere nuovamente “intruppati” per la tradizionale cena in ristorante con spettacolo folcloristico ad uso e consumo dei turisti.
Un giorno ed una mattinata da dedicare alla visita di Marrakech non sono nulla. Visitiamo in velocità, secondo le tempistiche dettate dal tour organizzato, il Palais Bahia, il cui nome significa “Palazzo della favorita”, sfarzoso complesso fatto costruire da due potenti visir, Si Moussa e suo figlio Ba Ahmed, quest’ultimo gravemente obeso. Per facilitare i suoi movimenti all’interno del palazzo quasi tutti gli appartamenti, affacciati su cortili alberati, vennero situati al pianterreno. Tra le tante moschee di Marrakech la nostra guida ci porta a vedere quella di Koutobia, una delle più grandi moschee del mondo musulmano occidentale. Il minareto, capolavoro dell’architettura islamica, servì da modello per la costruzione della Giralda di Siviglia e per la Torre Hassan di Rabat. La sua immensa sala della preghiera può ospitare fino a 20mila fedeli; solo a Muscat, in Oman, ne avrei, in seguito, vista una più grande, quella della Grande Moschea del Sultano Qabus. Ma a colpire maggiormente sia me che Silvia è la scuola coranica, una delle più belle ma anche una delle più grandi del Magreb, in grado di ospitare fino a 900 studenti.
La cupola, decorata all’interno con squisite stalattiti, è visibile dalla strada. Entriamo dall’ingresso principale, un portale di bronzo sormontato da un’architrave di cedro intagliato e davanti a noi si apre il cortile moresco con le sontuose pareti decorate da un tripudio di piastrelle e stucchi intagliati e al centro la vasca per le abluzioni. Moresche anche le Tombe Saadite, uno dei più begli esempi di architettura islamica in Marocco. Composte da due mausolei e poste in un giardino fiorito che simboleggia il paradiso di Allah, le tombe Saadite contengono i sepolcri di Ahmed el-Mansour e dei suoi successori che riposano i tombe di marmo color avorio coperte di arabeschi e di iscrizioni, esempio perfetto di calligrafia magrebina, stilizzata forma d’arte capace di combinare una perfetta leggibilità con l’armonia visiva. I giardini imperiali di Menara ci offrono un’oasi di frescura tra olivi e alberi da frutto. Nel secolo XII vi fu scavato al centro un enorme bacino che divenne il laghetto privato dei sultani Almohadi. Sulle placide acque si riflette un padiglione dal tetto verde a piramide. Questa bella palazzina veniva usata dai sultani per i loro incontri galanti e la leggenda narra che ogni mattina il sultano gettasse in acqua, per un bagno ristoratore, la concubina che aveva scelto per la notte precedente. “Un oasi dentro la città”. Così la mia amica Silvia ha definito i Giardini Majorelle che visitiamo da sole il mattino seguente quando tutta la “truppa” sceglie di andare a perlustrare il grande suk della città. Il pittore francese Jacques Majorelle, convalescente dalla tubercolosi, giunse in Marocco nel 1917. Innamoratosi della luce particolare del Paese, affascinato dai suk e dalle kasbah, decise di stabilirsi a Marrakech.
Si fece costruire una splendida villa in stile moresco decorata all’interno in blu cobalto, verde e rosso intenso ed uno studio in stile art déco con diversi pergolati e pareti azzurro brillante. In seguito la dimora fu acquistata dallo stilista Yves Saint-Laurent e da Pierre Bergé. Intorno alla casa Jacques Majorelle creò un giardino lussureggiante, che oggi prende il suo nome ed è aperto al pubblico. Io e Silvia ci aggiriamo tra i vialetti che si intersecano creando aiuole coltivate a fiori tropicali dai colori vivaci. Oltre alla yucca, alla buganvillea, al bambù, ai gerani, all’alloro, all’ibisco e ai cipressi, il giardino ospita oltre 400 varietà di palme e 1800 specie di cactus in parte coltivati all’interno di grandi vasi in argilla giallo accesso o blu cobalto. In uno stagno circondato da papiri navigano le ninfee. Non lascio i Giardini Majorelle a mani vuote. Nello studio, ora trasformato in piccolo museo con annesso shop, acquisto un piccolo vaso d’argilla giallo con il coperchio blu cobalto che ancora oggi è parte integrante del Giardino Majorelle di cactus in miniatura allestito su una mensola della mia cucina.
di Claudia Meschini
Revisione Silvia Bernardi














