Nel suggestivo borgo di San Potito Ultra (AV) torna, dal 10 al 12 ottobre, uno degli appuntamenti enogastronomici più attesi dell’autunno irpino: la Sagra del Cinghiale e della Castagna, giunta quest’anno alla sua XXVII edizione, una magica immersione nella tradizione enogastronomica campana. Le strade e ogni angolo del paese in quest’occasione prenderanno vita, colorandosi di luci, profumi, suoni, voci e persone; ma soprattutto di buon cibo accompagnato da musica e ottimo vino, trasformando il piccolo paese in un vero e proprio palcoscenico della tradizione contadina.
L’evento si svolgerà nelle serate di venerdì e sabato, mentre domenica l’appuntamento include anche il pranzo, fino ad esaurimento scorte.
Il succulento menù propone, come da tradizione, una varietà di specialità che sapranno soddisfare i palati più esigenti. Protagonista assoluto il cinghiale, cucinato in diversi modi: dalla tradizionale brace alla delizia degli scialatielli con ragù di cinghiale, un primo piatto saporito e robusto, non da meno gli scialatielli in versione vegetariana conditi con la zucca. Immancabile anche la carne di maiale, anch’essa cotta alla brace, mentre per gli amanti dei formaggi ci sarà il “caciocavallo ‘mpiccato”, una golosa preparazione tipica locale. E non mancheranno le caldarroste, simbolo dell’autunno e della terra irpina, accompagnate da dolci caserecci preparati con cura dalle massaie del paese. Un altro protagonista dell’evento sarà il tronchetto di castagne, un dolce da Guinness, famoso per le sue dimensioni straordinarie e per il suo sapore inconfondibile. Un dessert che ogni anno stupisce e delizia, divenuto ormai un simbolo della sagra stessa. Ad accompagnare il tutto, vino paesano e musica e balli popolari, per un fine settimana all’insegna del gusto e della convivialità. L’appuntamento di San Potito Ultra richiama ogni anno, anche dai paesi limitrofi e da Avellino, tantissimi visitatori desiderosi di scoprire e assaporare non solo le eccellenze enogastronomiche locali ma anche di divertirsi in un’atmosfera di spensierata e conviviale allegria.
Protagonisti degli appuntamenti collaterali, i musicisti del gruppo Ascarimè per un evento all’insegna della cultura tradizionale e dei canti popolari (venerdì 10, Piazza Baroni Amatucci), il D.J. Vinyl Giampy (venerdì 10, Villa Elvira), la band A Paranza do Tramuntan, travolgente gruppo di tammurriata (sabato 11, Piazza Baroni Amatucci). El Bako proporrà la sua Latin House-Afro House e Melodic House a Villa Elvira sia nella serata di sabato 11 che in quella di domenica 12. Gran finale domenica 12 con l’Electroacoustic Folk Set de La Sangria in Piazza Baroni Amatucci.
VIAGGIO A SAN POTITO ULTRA
San Potito Ultra, pittoresco borgo ad otto chilometri dal capoluogo Avellino, è compreso nella regione agraria VIII Colline di Avellino e nel comprensorio turistico del Terminio. Il paese è delimitato da rilievi collinari e dal torrente Salzola lungo il quale un tempo erano in funzione numerosi mulini ed un vecchio opificio per la lavorazione della rame, strutture in parte oggi in via di recupero. Le origini del borgo campano sono piuttosto incerte. Si ritiene che, prima della nascita dell’attuale paese esistesse un villaggio noto con il nome di Radicozzo la cui denominazione mutò nel 1272 in Casale di Santo Petito. L’etimologia del nome proviene dal nome del santo patrono, mentre la specifica Ultra si riferisce all’appartenenza del paese alla divisione amministrativa del Principato Ulteriore ai tempi del Regno di Napoli e, successivamente, al Regno delle due Sicilie.
Appartenente, per un lunghissimo periodo di tempo al feudo di Candida e ceduto nel corso dei secoli a svariate famiglie, San Potito Ultra riuscì a diventare comune autonomo nel 1860, proprio nel periodo in cui la comunità sanpotites era in procinto di avviarsi verso un massiccio fenomeno di emigrazione nelle Americhe. Tale processo si protrasse fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, provocando un impatto demografico sulla popolazione locale, ma non sulle antiche tradizioni, ancora oggi ben radicate.
La visita di San Potito Ultra inizia in Contrada Ramiera, è qui che si trova l’antico opificio per la lavorazione del ferro, costruito nel 1834, frutto dell’opera dell’ingegnere Salvi che fece deviare le acque del Salzola, un piccolo corso d’acqua della zona, affluente del Sabato, per farle scorrere sulle pale delle ruote motrici che azionavano i magli per la lavorazione del ferro e del rame. I resti del sofisticato sistema di ingegneria idraulica sono oggi ancora visibili. All’epoca fiorenti e redditizie, queste attività erano capaci di alimentare tanti altri piccoli opifici: filande, pastifici, industrie dolciarie, mulini parzialmente ancora presenti a pochi metri dalla ramiera. È in questo territorio che la natura ha saputo modellare le aree boschive, generando un habitat ricco di biodiversità, con una vegetazione riparia selvaggia di specie erbacee ed arboree (querce, noci, noccioli, acacie, salici castagni) che saranno inseriti nel nascente parco fluviale, in cui troverà posto un percorso di archeologia industriale.
Lasciando l’area boschiva, un tempo abitata dalle famiglie dei lavoratori della zona, si giunge in paese, dove si possono ammirare alcuni edifici caratterizzati da portali in pietra, balconi in ferro battuto e artistici porticati con la volta a travi. Di grande interesse a San Potito Ultra è il Museo del lavoro situato all’interno delle cantine di Palazzo dei baroni Amatucci in Piazza Libertà, al cui interno è conservata la caratteristica cappella di famiglia degli Amatucci dove erano custodite le reliquie di San Potito. Negli anni Ottanta del Novecento l’edificio fu acquistato dall’amministrazione comunale e progressivamente restaurato; oggi il palazzo è sede municipale. Fino al 1980, Palazzo Amatucci era fronteggiato dal palazzo marchesale, demolito a seguito del terremoto, e comunque a quel tempo già in precarie condizioni di conservazione e stabilità. Il sottostante Museo del lavoro consiste in una raccolta antologica dei più diversi attrezzi e strumenti di lavoro del tempo passato, donata alla Provincia di Avellino tra il 2001 al 2004 e poi interamente trasferita al Comune di San Potito Ultra al fine di costituire il primo Museo del Lavoro in terra irpina.
La donazione della famiglia De Felice-Sbriziolo, successivamente ampliata da altre donazioni di privati e acquisti da parte dell’amministrazione comunale, consta di una serie di oggetti, carretti da lavoro, presse, il retrobottega di un artigiano, strumenti musicali di un tempo, tra tutti spiccano i presepi di scuola napoletana, resi vivi da personaggi in miniatura, raffiguranti diversi mestieri: lo scalpellino, il tipografo, il falegname, il cucipiatti, il barbiere, il ferraro e riproduzioni di scene di vita materiale, quali l’uccisione del maiale, e la realizzazione di vetrine di vecchi negozi a grandezza reale. La minuziosità dei dettagli, che si evince nei vestiti e nelle scene di vita materiale, riprodotte con sorprendente realismo, fa irrompere nel Museo una dimensione antropologica e artistica davvero emozionante. L’esposizione comprende anche l’archivio dei Baroni Amatucci, attraverso il quale il paese si consegna alla rappresentazione dei rapporti tra la famiglia proprietaria del feudo e la massa dei suoi tanti coloni. Preziosissima testimonianza storica, il Museo del Lavoro di San Potito Ultra è noto, tuttora, come uno dei più ricchi e variegati in tutta la Campania. Al Museo del Lavoro è collegata la vecchia ramiera che nel periodo estivo è anche sede di manifestazioni eno-gastronomiche e della tradizione musicale irpina.
Tra i luoghi di culto di San Potito Ultra ricordiamo la chiesa di Sant’Antonio da Padova risalente al XVII secolo. Gravemente danneggiata dal terremoto del 23 novembre 1980, fu riaperta al culto il 20 dicembre 1997. Oggi la chiesa di Sant’Antonio di Padova è caratterizzata da una struttura a unica navata e da linee architettoniche semplici e sobrie finiture.
Al suo interno sono posizionati tre altari, di cui quello principale, in marmo intarsiato, è dedicato al grande taumaturgo di Padova. L’edificio religioso, che secondo la tradizione custodisce una sacra reliquia del Santo, deteneva un patrimonio un tempo gestito dalla Congrega di Carità, un’istituzione che aveva la funzione di aiutare i poveri con denaro contante, dare medicine gratis agli ammalati e pagare i ricoveri ospedalieri.
Interessante anche Sant’Antonio Abate. Nota come la chiesa madre del paese irpino, non si hanno notizie ben precise sulla sua data di costruzione: secondo la tradizione sarebbe stata eretta dall’ordine religioso cavalleresco dei Gerosolimitani. Colpita dai terremoti del 1962 e del 1980, la chiesa fu restituita alla comunità il 7 dicembre 2003, con una solenne cerimonia presieduta dall’allora Vescovo di Avellino, Mons. Antonio Forte. Oggi la chiesa si presenta con una struttura in tipico stile romanico, caratterizzata da una pianta a croce latina e una facciata a capanna.
Il portale è a vano rettangolare, sovrastato da due monofore laterali, con archi a tutto sesto, al di sopra delle quali si apre un rosone non decorato. L’edificio è affiancato da una robusta e possente torre campanaria, a base quadrangolare, alla quale è addossato il Monumento ai Caduti delle due guerre mondiali. All’interno della chiesa, tra le varie opere custodite, spicca l’altare detto “dell’Annunziata”, al di sopra del quale è possibile ammirare una bella tela del XVIII secolo che raffigura l’Annunciazione. Su una lapide, infine, un’iscrizione del 1701 segnala la presenza dei resti degli antenati della famiglia Amatucci. La chiesa di Santa Maria del Soccorso, nota anche come chiesa della Congrega, sorge accanto alla chiesa Madre. L’edilizia privata ha saputo conservare delle interessanti tracce della storia e della memoria di questo borgo. Palazzo Tecce-Maffei (XVIII sec.), con giardino di forma regolare e cortile interno in pietra; di interesse, la biblioteca di famiglia in esso conservata; Palazzo Cimirro (XIX sec.) con importante portale e finestre con cornici in pietra; Complesso ex Convento dei Cherubini (XIX sec.) con un caratteristico susseguirsi di portali ed una suggestiva corte interna; Palazzo Natellis (XVIII sec.) con portali che “incorniciano” l’ingresso al paese.
L’Ecomuseo del Salzola – Centro di Educazione Ambientale istituito nel 2007 e accreditato dalla Regione Campania che lo ha inserito nelle Rete INFEA, ha al suo attivo varie pubblicazioni e collabora con enti e associazioni.
L’IRPINIA NEL PIATTO
Incastonata nel cuore della Campania, puntellata da rilievi e solcata da valli profondi, l’Irpinia preserva con fermezza un territorio integro e selvaggio, racchiuso tra il Sannio Beneventano e il Salernitano, con i monti Dauni e il Vulture a delimitarne il perimetro.
Una terra dove i prodotti autoctoni, dalle carni di maiali bianchi e neri casertani ai salumi, si fanno largo sfoderando tutto il buono della montagna campana, che ha fatto tesoro delle antiche pratiche contadine e pastorali del passato, usanze mantenute in vita dagli artigiani migliori, portate avanti con rispetto per la tradizione ma lo sguardo rivolto al futuro e alle nuove tecnologie.
Da Avellino con San Petito Ultra a Lioni, da Ariano Irpino a Calitri, ogni comune offre una tavola ricca e caratterizzata dai sapori intensi di una volta, assaggi imperdibili durante un tour fra le località più peculiari dell’entroterra. A dominare la scena sono le carni, come lo stufato d’agnello e patate, cotto nel tegame di coccio, oppure la pancetta di agnello ripiena. Fra le paste, è d’obbligo nominare le lagane e ceci, così come le cannazze di Calitri, timballo di ziti, carne di vitello e aromi, e i fusilli al tegamino con il ragù.
Spazio, poi, ai legumi, che diventano protagonisti nel classico piatto di fagioli con le cotiche oppure nei primi piatti con la pasta. Tra i piatti più tipici di Avellino spicca la ciccimmaretati, una zuppa antichissima che combina legumi, cereali e verdure di stagione. Il suo nome, che si traduce in “cibi sposati”, richiama l’unione di ingredienti semplici, simbolo di una cucina povera ma ricca di sapore. Questo piatto nasce come pasto comunitario, preparato in grandi pentole durante feste e ricorrenze. Da non perdere poi il soffritto irpino, con frattaglie di maiale e pomodoro, da gustare anche nella versione calda in una sorta di zuppa, il capretto all’avellinese e il pollo all’irpina. Fra i piatti a base di ortaggi, spicca la ciambotta, un mix di patate, melanzane, pomodori e cipolla, mentre per gli amanti del pesce, c’è il baccalà alla ualanegna, cotto in un tegame con un soffritto di aglio e peperoncino.
I vini della provincia di Avellino Taurasi, Greco di Tufo, Fiano di Avellino sono i più importanti Docg della Campania, vini che da tempo hanno varcato i confini nazionali, esportando nel mondo i sapori e i profumi della provincia irpina. Questi vini, ottenuti da uve coltivate con cura sulle colline irpine, sono perfetti per accompagnare i piatti tipici della regione. Altri due vini Doc, l’Aglianico e l’Irpinia, completano l’offerta … in barrique












