Gheni Restaurant a pochi passi dal Ghetto di Venezia

IL menù già dal titolo svela l’identità della proposta: “Giochi, opere e consistenze”, racchiude il desiderio del cuoco di offrire al commensale una cucina raffinata, sia come espressione tecnica sia come equilibrio e accostamenti, con grande rispetto verso le materie prime. Ha aperto in Fondamenta Savorgnan a Cannaregio, a Venezia un nuovo locale: “Gheni Restaurant”.

Tartine di pasta frolla con ricotta aromatizzata, spuma di prosciutto su focaccia ben lievitata, vellutata di fagioli Lamon (lo chef è originario di Lamon, nel bellunese) con radicchio di Treviso, risotto di molluschi e crostacei. Sono solo alcune delle proposte culinarie che il foltissimo pubblico intervenuto all’inaugurazione del locale dell’imprenditore Eugen Gjokaj ha potuto gustare.

Inaugurazione Gheni Restaurant

Presenti al taglio del nastro il vicesindaco Andrea Tomaello, la presidente del Consiglio Comunale Ermelinda Damiano, l’assessore al Commercio Sebastiano Costalonga e l’assessore alla Coesione Sociale Simone Venturini. Tra i presenti anche il sindaco di Mirano Tiziano Baggio. “Questo locale permetterà a residenti e turisti di provare esperienze di gusto di un certo livello ma accessibili a tutti. Offrire servizi di qualità, che valorizzino i prodotti e le abilità artigiane, contribuisce ad avere un turismo ben diverso da quello mordi e fuggi che male si integra con le necessità dei residenti”, ha commentato Costalonga. Frutto di attenti lavori di ristrutturazione di un magazzino edile in disuso (la scelta dei mattoni a vista dà un tocco “rustico” al luogo), il locale con cortile interno e affaccio sul Rio di Cannaregio, rappresenta la nuova sfida di Eugen Gjokaj, conosciuto come Gheni, imprenditore di Mirano, già proprietario del bacaro “Gheni Pan e Vin” a Dorsoduro.

Pierluigi Lovisa e Eugen Gjokaj

Di origine albanese Gjokaj è giunto in Italia nel 1999 a soli 15 anni appassionandosi fin subito alla lavorazione del pane. Nell’arco di circa vent’anni ha avviato molteplici attività legate al mondo della gastronomia: il panificio e la caffetteria a Mirano, il “bacaro” veneziano e adesso il ristorante. Per il suo locale Gjokaj ha scelto Pierluigi Lovisa, chef con esperienza nelle cucine di ristoranti come “Il Giglio” e il “Vecio Fritolin”, a Venezia, ma anche in Svizzera e in Francia. “I piatti del menù, carne, pesce, ma anche vegetariani, coniugano tradizione e creatività e rispecchiano la mia personale interpretazione della cucina, dove la riconoscibilità dei prodotti che compongono un piatto ha un ruolo centrale. Io la definisco una “cucina prog” ovvero progressiva, come il buon rock”, puntualizza lo chef. Anche l’imprenditore Gjokaj farà la sua parte: “Non dimentico le mie radici e continuo ad essere un panificatore. Il pane è fondamentale nella riuscita di un servizio e rappresenta la prima impressione che un ristorante offre ai clienti, un piccolo assaggio dell’esperienza culinaria che li attende”, spiega.

Venezia, Gheni Restaurant

Nella carta dei vini sono presenti 180 etichette selezionate tra vini del Veneto, del Friuli Venezia Giulia, ma anche del territorio nazionale ed europei. Se si chiede allo chef una personale interpretazione dell’attuale evoluzione della cucina a Venezia risponde: “Stiamo tornando con i piedi per terra. E, a dire la verità, eravamo arrivati ad un punto di “non ritorno” snaturando la materia prima e proponendo piatti strutturati e realizzati più che altro per stupire il commensale più che per “cucinare bene. Ora assistiamo ad una nuova identità del fine dining senza voli pindarici, dove la riconoscibilità dei prodotti che compongono un piatto ha un ruolo centrale”. E chef Lovisa sa giocare con gli ingredienti con grande padronanza e conoscenza.

Inaugurazione Gheni Restaurant

VIAGGIO NEL GHETTO DI VENEZIA

“Gheni Restaurant” si trova a poche centinai di metri da un luogo di Venezia che val la pena sicuramente visitare, è sufficiente attraversare il vicino Ponte dei Tre Archi, percorrere un tratto di Fondamenta di Cannaregio, svoltare a sinistra nel Sottoportego del Ghetto e ci si ritrova in Campo del Ghetto Nuovo. Il ghetto ebraico, o quartiere giudaico, è un luogo meno frequentato dai turisti in cui si respira la vera atmosfera veneziana e allo stesso tempo rappresenta uno dei pochi ghetti ebraici del Veneto. Architetture tipiche e particolari, calli e campielli frequentati principalmente da persone del posto, unite alle attrazioni tipiche della tradizione ebraica rendono il ghetto ebraico una vera e propria attrazione turistica di Venezia. Il Ghetto di Venezia, è il primo “ghetto” d’Europa. Le sue origini e le vicende storiche gli hanno conferito nel tempo un aspetto di grande fascino, con i suoi alti edifici dai colori caldi e accoglienti che si affacciano su ampi spazi, circondati dai canali. A renderlo unico sono le cinque sinagoghe che vi sono concentrate – due delle quali aperte al pubblico – e in cui sino a oggi si celebrano servizi e cerimonie religiose. Il Ghetto ospita tuttora tutte le istituzioni religiose e amministrative della Comunità ebraica di Venezia.
Si discute molto sull’origine della parola “ghetto”. La parola appare nei vecchi documenti con varie grafie: ghèto, getto, ghetto, geto, ma a indicare spesso il luogo in cui furono rinchiusi gli ebrei, prima nel Ghetto Nuovo, poi nel Ghetto Vecchio.

Venezia, Campo del Ghetto Novo

Quel “tratto di terreno chiamato il getto o il ghetto era la sede delle pubbliche fonderie, ove si gettavano le bombarde” e dunque “il luogo si chiamava el getto perché c’erano più di 12 fornaci e vi si fondeva il bronzo”. Ghetto, dunque, deriverebbe dal nome dell’isola dove esistevano le antiche fonderie. Questa è l’ipotesi che trova oggi i maggiori consensi tra gli studiosi, mentre altre etimologie appaiono più difficilmente accettabili. Spetta dunque a Venezia aver diffuso nel mondo la parola che indica segregazione e discriminazione sociale. “Per ordine del Doge Leonardo Loredan, li giudei entro tre giorni debbono abitare uniti in corte le casa, situate nel tratto di terreno detto San Gerolamo detto Getto, sede delle pubbliche fonderie. Ed acciocché non vadano tutta la notte intorno, sian fatte due porte: debbano essere aperte la mattina alla Marangona e la sera serrate alle ore ventiquattro, con quattro custodi cristiani a ciò deputati e pagati da loro giudei al prezzo che parerà opportuno al collegio nostro. Così il senato di Venezia approva nel giorno 29 marzo 1516”.

Museo Ebraico, custodie rotoli Torah

Con questo annuncio, venne creato il Ghetto veneziano: quattro guardie a controllare le uniche due porte di accesso a questa piccola città dentro Venezia aperta solo in determinate ore e che divenne presto un polo indispensabile nel processo storico della Serenissima. Già dalla fine del 1200 gli ebrei si occupavano di prestiti e ben presto divennero abili mercanti a cui tantissime personalità di spicco facevano riferimento. Fu dal 1516 che vennero reclusi all’interno del ghetto, tra mura che non gli impedivano però di condividere i ritmi e i tempi della tradizione ebraica: dal riposo del sabato, le preghiere giornaliere, i riti e le festività annuali. Poiché i flussi migratori sono numerosi e lo spazio limitato, le abitazioni nel Ghetto veneziano sono molto piccole, spesso frazionate. Con il tempo sono cresciute in altezza fino ad arrivare addirittura a 8-9 piani con un’altezza di 2 metri e 10 circa ciascuno. A causa anche del senso di precarietà e di incertezza, quasi tutte le case erano in affitto, tanto che si stabilì con il tempo una specie di diritto per cui alla morte del genitore, il figlio eredita la possibilità di tenere l’abitazione in affitto. Ben presto al Ghetto Nuovo si affiancarono il cosiddetto Ghetto Vecchio (1541) e il Ghetto Novissimo (1630): tre piccole isole delimitate dalle acque ed uniti da tre piccoli ponti.

Venezia, Campo del Ghetto Novo

Quindi quando si parla di Ghetto di Venezia, stiamo in realtà parlando di tre differenti ghetti ebraici molto densamente popolati. Le varie comunità presenti e rinchiuse tra quelle alte mura impararono con il tempo a convivere e ad organizzarsi in maniera pacifica: imparavano assieme l’italiano che divenne la lingua che permetteva loro di capirsi a vicenda. Con il declino della Repubblica di Venezia e con l’arrivo di Napoleone, gli ebrei non furono più costretti a restare nel loro quartiere.

Tra i tesori conservati nel Museo Ebraico

Mentre il popolino, anche per abitudine e un senso di protezione non abbandonava il Ghetto, le poche famiglie più ricche iniziarono a spostarsi acquistando delle case all’esterno delle mura. Uno degli edifici più prestigiosi rilevati fu Ca D’Oro, un edificio medievale oggi collezione d’arte del barone Franchetti (ebreo). Durante la prima guerra mondiale la comunità ebraica diventa ancora più parte della comunità veneziana ed italiana visto che centinaia di ragazzi del ghetto partecipano al conflitto senza più tornare a casa. Alla fine degli anni ’30 dello scorso secolo, a seguito dell’emanazione delle Leggi Razziali, in tantissimi scappano in Svizzera o in America. Il Ghetto si svuota e in troppi vengono deportati nei campi di concentramento: torneranno solo otto di questi. Tra i principali punti di interesse del ghetto ebraico di Venezia ci sono sicuramente il Museo Ebraico e le Sinagoghe in cui è conservato parte del patrimonio culturale di questo popolo. Oltre a questi luoghi più classici per scoprire la tradizione ebraica, una semplice passeggiata tra le calli può dare un valore aggiunto all’esperienza.

Ghetto Ebraico, la Sinagoga Tedesca

Tra i campi si trovano esempi della vita quotidiana dei primi insediamenti ebraici a Venezia, come i banchi in cui si praticava l’usura.
Tra gli esempi più curiosi poi c’è la “Scala Matta”, una ripida scala esterna senza gradini che collegava due edifici per mancanza di scale interne. Ancora oggi in Corte Scala Mata si può ammirare questa ripidissima scala in legno realizzata nel ‘700 che porta fino all’ultimo piano. Il nome era dovuto al fatto che la scala si era adattata alle continue divisioni e frammentazioni degli appartamenti interni per i nuovi arrivati. Il limitrofo Museo Ebraico è un piccolo spazio espositivo in cui viene narrata la storia degli ebrei veneziani attraverso immagini e oggetti di manifattura religiosa. Nell’arco di circa un’ora è possibile visitare le due zone da cui è composta: una conserva oggetti decorativi delle feste religiose ebraiche, mentre l’altra si concentra principalmente sulla storia degli ebrei veneziani. Gli spazi espositivi conservano capolavori in argento e oro antichi di secoli, molti legati ai rituali religiosi. Tantissimi sono i documenti e i libri conservati tra le teche del museo. La prima Bibbia rabinica della storia è stata stampata proprio a Venezia.

Le alte case del Ghetto Ebraico

Il complesso museale comprende anche le sinagoghe della città, visitabili attraverso l’acquisto di un biglietto cumulativo e situate a pochi passi o a pochi minuti dal museo. La parola stessa Sinagoga è la traduzione del termine ebraico beit knesset, “casa di riunione”, mentre l’usanza ebraico-italiana di riferirsi alla sinagoga come “scola” deriva dalla parola yiddish šul. Questi antichi edifici religiosi sono ancor oggi il luogo di ritrovo della comunità ebraica veneziana e sono attive come luogo di culto. Situate all’ultimo piano di palazzi abitativi sono difficilmente riconoscibili dall’esterno. Sebbene da fuori i palazzi siano molto austeri, all’interno celano piccoli capolavori, vanto della comunità ebraica. Entrando è possibile osservare l’intricato arredamento barocco, il matroneo, ovvero la zona riservata alle donne, e l’imponente armadio che contiene i testi sacri, la Torah. Le Sinagoghe veneziane sono cinque e si trovano nel Ghetto Novo e Vecchio: La Scola Grande Tedesca (1528), la Scola Canton (1531), la Scola Italiana (1575), la Scola Levantina (1541) e la Scola Spagnola o Ponentina (1580)

Per visitare le Sinagoghe ebraiche di Venezia l’unico modo è di partecipare alle visite guidate, organizzate dal personale del museo ebraico, della durata di circa 45 minuti. I biglietti e le prenotazioni si fanno esclusivamente presso le biglietterie del Museo Ebraico. La prima Sinagoga ad essere costruita fu quella Tedesca (nonché sede del Museo), la più antica del Ghetto veneziano, che ancora oggi incanta per i suoi fregi e le straordinarie decorazioni color oro.

Ghetto Ebraico, la Sinagoga Spagnola

Una delle leggende più curiose del Ghetto di Venezia riguarda la Sinagoga Italiana, probabilmente la meno conosciuta ed appariscente. La storia narra di una famiglia ebraica aschenazita (quindi di origine tedesca) e di una sefardita (di origine spagnola) che non volevano che i rispettivi figli si sposassero. Il rabbino consigliò ai due innamorati di attraversare una porta della Sinagoga italiana. Da allora nessuno li ha più visti. A causa del senso di precarietà e della sensazione di dover sempre fuggire, gli ebrei di Venezia non investivano mai nel mattone ma i soldi guadagnati con il commercio preferivano conservarlo in contanti.

Venezia, Ghetto Ebraico, il Banco Rosso

Anche per questo potevano aprire attività di prestito di denaro, come il “Banco Rosso”, recentemente restaurato ed aperto al pubblico. Qui una volta c’erano tre porte e ciascuna corrispondeva ad un diverso tipo di prestito. Banchi e scaffali si riempivano di piccoli oggetti di valori dati in pegno da chi aveva bisogno di soldi.

Campo del Ghetto Nuovo ospita oggi anche varie gallerie d’arte: “Ikona Gallery”, fondata nel 1979 è la prima galleria di Venezia a dedicarsi alla fotografia, organizzando mostre d’avanguardia, “Visioni Altre”, finalizzata alla promozione della ricerca artistica, al sostegno dell’attività creativa e alla valorizzazione e riqualificazione di spazi mediante l’arte contemporanea e, infine “Ghetto et Cetera Art Gallery”, galleria specializzata nell’organizzazione di mostre d’arte contemporanea a Venezia.