Vi è capitato di mangiare un panino brulicante di vermi bianchi belli pasciuti ? No ? A me sì, l’esperienza (da non ripetere) mi è successa in Andalusia, durante un tour on the road in compagnia del mio amico Marco. Quindici giorni per altro bellissimi, vermi a parte. Tra una città e l’altra decidiamo di fare una sosta nel Parco Nazionale della Sierra Nevada, dal 1996 riserva della biosfera Unesco.
L’occasione è quella giusta per un allegro picnic a base di panini al prosciutto che ci fermiamo ad acquistare in un locale ai piedi delle montagne solitamente frequentate in inverno, quando la vicina stazione sciistica è aperta e pullulante di vacanzieri amanti della neve. Ma siamo in tarda primavera, fa caldo ed i prosciutti che pendono dal soffitto del locale, rimasti invenduti, hanno al loro interno degli ospiti imprevisti di cui, evidentemente, neanche il salumaio suppone l’esistenza. Ci vengono tagliate delle golose fette al coltello che vanno a riempire un paio di fragranti panini caserecci che, avvolti in carta d’argento, sono pronti per essere divorati. Fermiamo la macchina in un punto scenografico a ridosso delle brulle montagne color ocra, Marco si allontana per un breve trekking in salita mentre io gironzolo intorno, mi faccio scattare un paio di foto da un turista di passaggio tornando poi verso la macchina per dare qualche morso al panino.
Il gusto è ottimo, il prosciutto saporito e corposo, forse troppo corposo, infatti quando per curiosità sollevo la parte superiore del sandwich, dando un’occhiata alla carne rosata, vedo, con orrore, i piccoli vermi bianchi, quelli che ancora sono sfuggiti alle mie fauci fameliche. Rientrati a digiuno dal picnic, sostiamo prima nel locale dove avevamo acquistato i panini che ci vengono rimborsati senza alcun commento o giustificazione da parte del titolare e poi in una farmacia del vicino paese. Nel mio spagnolo maccheronico, aiutandomi con una piccolo vocabolario tascabile, cerco di spiegare l’episodio al farmacista che, trattenendo a stento le risate, mi vende una scatola di bustine “disinfettanti” per stomaco e intestino. Per gran parte della serata continuo comunque ad immaginare i pasciuti vermi bianchi banchettare tra le mie viscere, pur sapendo che ormai il mio stomaco li ha in realtà digeriti insieme al jamon serrano. Vermi a parte ho gradito molto la cucina spagnola, in particolare la classica paella e il gazpacho, la gustosa zuppa fredda a base di verdure crude che nei tempi andati veniva portata dai braccianti nei campi roventi per essere consumata come spuntino gustoso e rinfrescante.
Ne assaggio diverse varianti apprezzando soprattutto quelle che prevedono l’aggiunta di pane abbrustolito e uova sode. E il gazpacho è anche il piatto che gusto la prima sera del mio viaggio in Andalusia, in un locale all’aperto di Siviglia. Dall’aeroporto raggiungo l’hotel prescelto dove c’è ad aspettarmi Marco che invece è in viaggio già da diversi mesi. Dopo lunghe tappe in Brasile e Argentina il mio amico è volato in Spagna visitando prima Madrid e Segovia per poi raggiungere Siviglia, capitale dell’Andalusia, bella e pittoresca città affacciata sulla sponda del Guadalquivir, l’unico fiume navigabile di tutta la Spagna. Sarei tornata a Siviglia 25 anni dopo con il mio compagno Alessandro e, scorrendo oggi le vecchie e le nuove fotografie mi accorgo che, in entrambe le occasioni, ho visitato ed apprezzato gli stessi luoghi: la maestosa Piazza di Spagna e la fortezza dell’Alcazar, il verdeggiante Parco di Maria Luisa ed il pittoresco barrio de Triana, la Torre dell’Oro che ammireremo dalla barca ed il quartiere popolare Macarena, amato dai sivigliani per l’omonima basilica che custodisce la statua de Madonna de la Macarena, protagonista dei festeggiamenti della Semana Santa. Novità assoluta del mio secondo viaggio a Siviglia è il Metropol Parasol, conosciuto come “il fungo”, (La Seta, in spagnolo) la più grande struttura in legno al mondo.
Un’architettura futuristica, molto suggestiva di notte per via delle luci colorate e cangianti che illuminano le passerelle pedonali di questa magnifica terrazza panoramica affacciata sulla città. All’epoca del mio primo viaggio, La Seta non esisteva nemmeno nelle fantasie del suo costruttore, l’architetto tedesco Jurgen Mayer-Hermann e difatti l’unico panorama dall’alto, ammirato in occasione del mio primo incontro con Siviglia, è stato quello dalla cima della Giralda, uno dei più raffinati minareti arabi, mirabile esempio di decorazioni moresche. Eretta nel XII secolo e trasformata nel 1588 in campanile con l’aggiunta di una guglia e di una statua della Fede che gira su se stessa (da qui il nome Giralda), la torre non è neanche troppo faticosa da ascendere. Non ci sono infatti scalini, ma facili tornanti, comode rampe concepite in origine affinché il muezzin, l’addetto alla moschea che cinque volte al giorno richiama i fedeli alla preghiera, potesse salirci a cavallo senza fatica. Nel 1999 avevo ammirato lo scenografico cortile di Casa de Pilatos, lo splendido palazzo quattrocentesco noto per la mirabile fusione di elementi di architettura moresca, gotica e di arte rinascimentale italiana.
Nel 2024, alla rinnovata visita di Casa de Pilatos, monumento nazionale dal 1931, ho potuto aggiungere l’altrettanto affascinante Palacio de las Dueñas, ultima dimora della Duchessa D’Alba. Aperto al pubblico solo dal 2022, il Palazzo ci conquista non solo per i suoi patii e giardini fioriti, caratterizzati dalla presenza di oltre 7000 tipi di piante, fra cui aranci, limoni e palme, ma soprattutto per l’ampia e variegata collezione di mobili, ceramiche, dipinti e diversi oggetti familiari, foto d’epoca e cimeli, raccolti nei vati ambienti e appartenuti a Doña María del Rosario Cayetana Fitz-James Stuart y Silva, conosciuta come La duchessa d’Alba, nobile spagnola, capo della Casa d’Alba dal 1955 al 2014, terza donna a detenerne il titolo a pieno diritto. Amante della chirurgia estetica e del flamenco (in una delle stanze del Palazzo sono conservati alcuni suoi abiti da ballo e la pedana in legno per allenarsi), la nobildonna morì in questo palazzo nel 2014 a 88 anni, poco dopo aver sposato in terze nozze, Alfonso Díez Carabantes, di oltre 26 anni più giovane, un matrimonio che fece la felicità della stampa scandalistica locale e non solo.
E al fascino del flamenco non restiamo immuni neanche io ed Alessandro che, prima di lasciare la città acquistiamo un biglietto per assistere allo spettacolo di flamenco tradizionale portato in scena da due ballerine, un ballerino e due chitarristi nella sede del Centro Culturale Casa de La Memoria, nel Barrio de Santa Cruz, l’antico ghetto ebraico sotto il dominio arabo. Qui gli spettacoli si svolgono in uno spazio intimo che ricorda un po’ quello dei cafè chantant e ad esibirsi sono solo i migliori artisti del panorama attuale del flamenco, artisti di prestigio che vantano premi nazionali e internazionali. Non hanno importanza l’età (una delle ballerine è piuttosto matura) e tantomeno l’avvenenza fisica o la bellezza dei costumi, ma solo la tecnica ed il pathos che questi artisti riescono a mostrare e a trasmettere al pubblico. Nella Casa de la Memoria non viene offerto alcun servizio di bar o ristorante che potrebbe distrarre gli spettatori, interferendo con lo spettacolo, né si permette l’accesso a bambini di età inferiore ai 6 anni.
Gli artisti si esibiscono senza microfono o amplificazione ed il pubblico, assorbito totalmente dall’atmosfera di questo ambiente unico, assistono alla presentazione di differenti stili di flamenco nel corso di un’unica sessione musicale. Sarebbe strettamente vietato fare foto, anche per non distrarre con i flash i ballerini o girare riprese video, ma la tentazione è forte e, durante una delle esibizioni della ballerina più carismatica, poggio sulla coscia la telecamera accesa riprendendo, immobile, buona parte dell’esibizione senza farmi notare, portando così a casa un souvenir più verace rispetto alle ceramiche stampate industrialmente o ai ventagli di plastica venduti nei negozi del centro.
Mentre il viaggio con Alessandro inizia e termina a Siviglia, quello di 25 anni prima prosegue, dopo la visita della capitale andalusa, per un’altra decina di giorni. In macchina raggiungiamo la stupefacente Ronda, cittadina situata a cavalcioni di un burrone profondo 100 metri, El Tajo. Il quartiere arabo sorge sul fianco sud-orientale del crepaccio, mentre la sezione post-Reconquista è a nord-ovest.
Visitiamo entrambe le zone e, sebbene la vecchia parte araba sia stata pesantemente rimaneggiata nel corso dei secoli, ne ammiriamo il tipico aspetto da medina con stradine stette che serpeggiano tra edifici bianchi per confluire poi verso la Plaza de Toros, una delle arene più vecchie di Spagna, costruita nel 1785, teatro di alcune delle più importanti manifestazioni della storia delle corride, le corride dei Romeros. Fu qui infatti che tra il XVIII e il XIX secolo, tre generazioni della famiglia Romero posero le basi della corrida moderna (in precedenza veniva effettuata a cavallo, come una sorta di allenamento della nobiltà). Francisco Romeo introdusse l’uso della cappa per attirare il toro ed il drappo al momento dell’uccisione dell’animale, suo figlio Juan diffuse l’uso della squadra d’appoggio dei matadores, la quadrilla, e suo nipote Pedro, uno dei più grandi toreri di tutti i tempi, perfezionò uno stile rigorosamente classico, ancora conosciuto come la scuola di Ronda. L’abilità di Pedro era tale che, si dice, i fuorilegge delle montagne intorno alla città rischiavano la cattura pur di vederlo toreare.
Lasciata Ronda visitiamo Mijas, tipico angolo di Spagna caratterizzato da case bianche e botteghe di artigiani e dall’ambiente popolano, in contrasto con l’atmosfera internazionale ed anche un po’ caotica delle città balneari come Marbella, cittadina alla moda che non ha meritato più di un paio d’ore di permanenza. Pernottiamo quindi un paio di notti a Granada, ai piedi della Sierra Nevada, per dedicare quasi un’intera giornata alla scoperta di uno tra i più begli esempi di architettura araba in Spagna, l’Alhambra, un complesso fortificato, una volta residenza reale, raggiungibile risalendo, non senza fatica, l’altura che domina la città.
In un susseguirsi meraviglioso di edifici, patii e cortili, ci fermiamo ad ammirare il patio de los Arrayanes (dei mirti) che prende il nome dai cespugli che orlano la vasca rettangolare su cui si affacciano i portici intagliati e poi il celeberrimo patio de los Leones, universalmente noto per l’armonia e la perfezione della sua architettura e delle sue decorazioni, per finire con una rilassante passeggiata nei giardini del Generalife, residenza estiva dei sovrani arabi. Non molto lontano da Granada sorge Guadix, città araba che visitiamo brevemente prima di dirigerci verso Cordoba. Del periodo moresco restano le mura turrite, mentre la cattedrale, oggi d’aspetto prevalentemente barocco, è situata sul sito di una chiesa visigota del X e di una successiva grande moschea. Ma ciò che sia a me che a Marco colpisce di più è il pittoresco barrio de Santiago, il quartiere popolare di Guadix caratterizzato da caverne scavate nel tufo e imbiancate a calce, alcune delle quali, rimesse a nuovo, sono tuttora abitate, così come accade a Matera, la Capitale italiana delle case-grotte.
E sono altrettanto affascinanti, sia pur in modo completamente diverso le case di Cordoba, la città fondata dai Fenici sulla riva destra del fiume Guadalquivir (in lingua araba Fiume Grande). Le sue acque calme sono attraversate dal Ponte Romano a 16 arcate che, sia pur totalmente rifatto dai mori e restaurato in varie epoche, rimane l’immagine più caratteristica di Cordoba, soprattutto nella calda luce del tramonto, insieme a quella della celeberrima Cattedrale o Mezquita, splendido esempio di arte araba, con le sue fantasiose prospettive create dagli ordini di archi e dalle colonne in marmi di diverso colore che delimitano le navate disposte a scacchiera. Ma sono le case di Cordoba, anzi per meglio dire i suoi cortili ad accendere la mia fantasia. Le visitiamo in aprile, ma solo un mese più tardi questi patii si sarebbero animati grazie ad un evento riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità, un concorso a premi che richiama migliaia di visitatori. Per circa due settimane los Patios de Córdoba, i cortili interni di origine islamica, vengono adornati da centinaia di vasi di terracotta contenenti piante aromatiche e fiori dai mille colori e profumi disposti scenograficamente sul pavimento o appesi alle pareti imbiancate a calce.
Un tempo i patios, quasi sempre caratterizzati dalla presenza di pozzi o fontane, indispensabili per irrigare i vasi (macetas), era il salotto di casa visto che questo tipo di abitazioni non prevedeva una stanza dedicata alla funzione del salotto. L’accoglienza degli ospiti ed i momenti di convivialità si svolgevano quindi nel cortile interno e ciò poteva avvenire principalmente con l’arrivo della primavera. La festa de los patios de Córdoba celebrava quindi l’arrivo della bella stagione e con essa la ripresa delle relazioni sociali di vicinato dopo l’inverno.
Nata nei primi del Novecento e interrotta durante la Guerra Civile spagnola, la manifestazione fu ripresa solo negli anni ’50 sviluppandosi poi, di anno in anno, con l’obiettivo di contribuire a diffondere la conoscenza dell’architettura tradizionale cordovana, un patrimonio culturale che normalmente resta nascosto agli occhi del pubblico. Il concorso, che premia i cortili più belli decorati per l’occasione con vasi di gerani, garofani e gelsomini, divide i contendenti in cortili di architettura antica e moderna. Più di recente, in concomitanza con la Festa dei Cortili si celebra anche il concorso popolare dedicato alle ringhiere ed ai balconi, vi partecipano privati e associazioni che si sfidano a colpi di creatività floreale.














