Spagna: Madrid, Toledo, Segovia in treno

Madrid, stazione Atocha, giardino tropicale

La Spagna, fin dalla prima giovinezza, ha catturato la mia attenzione e scatenato la mia fantasia, la pittoresca Andalusia, in particolare. Acquistai una guida già nei primi anni’90 anche se poi il mio primo viaggio in terra spagnola riuscii a farlo solo nel 1998 e non in Andalusia, meta troppo articolata, bensì a Madrid, Toledo e Segovia, città facilmente raggiungibili in treno partendo dalla capitale.

Toledo, l’Alcazar

Condivisi quel viaggio, che fu per me il primo assaggio di Spagna, con Francesco, mio collega ed amico de Il Gazzettino, il quotidiano per cui, all’epoca, collaboravamo entrambi. Scegliemmo un hotel non lontano dalla stazione di Atocha, comodo per le nostre escursioni giornaliere, prima a Toledo poi all’Escorial e, infine a Segovia. Sei anni più tardi, l’11 marzo del 2004, quella stessa stazione fu teatro del più grande attentato terroristico su suolo europeo, nonché il primo dopo l’11 settembre. Le lancette segnavano le 7.37 nella stazione madrilena quando risuonò il fragore sinistro di una bomba che sventrò un tren de cercanías, un convoglio carico di pendolari. Pochi minuti dopo altri nove ordigni scoppiarono in due stazioni, El Pozo e Santa Eugenia, e nei pressi di via Téllez, lungo la linea ferrata che da sud conduce ad Atocha. Il numero ufficiale delle vittime dell’attentato, compiuto da una cellula terrorista di tipo jihādista, fu di 191 (alcuni alzano il numero a 193 perché una di esse era una donna incinta ed un’altra, ferita gravemente, abortì pochi giorni a causa dello shock subito).

Toledo, ponte sul fiume Tago

Impressionante il numero di feriti: 2.057. Ma nel 1998, a me e Francesco, la lussureggiante stazione ci appare come un’opera d’arte dove vegetazione, acciaio e cemento si uniscono in modo armonioso. Dal 1992 tutti i viaggiatori che si recano ai binari sono infatti accolti in un’isola verde di quattromila metri quadrati con 7.000 le piante appartenenti a 260 specie diverse provenienti da America, Asia e Australia, un giardino tropicale incorniciato da un’elegante struttura art nouveau in ferro e vetro, su cui si affacciano una serie di ristoranti e caffetterie, dove poter sostare per mangiare, o bere un caffè.

Toledo, la cattedrale

Per questa sua prerogativa unica Atocha non è frequentata solo da viaggiatori in transito bensì anche da madrileni e turisti che, soprattutto in inverno o durante il caldo torrido dei mesi estivi, amano rilassarsi in quest’enorme serra tropicale di palme, piante esotiche e laghetti con ninfee e tartarughe dove la temperatura è mantenuta costante a 24ºC.

Delle tre città visitate durante il mio primo viaggio in terra iberica, è Toledo, capitale della Spagna fino al 1561, a sedurmi completamente con la sua abbondanza di splendidi edifici di culto delle tre principali religioni, risultato della convivenza pacifica delle comunità cristiana, araba ed ebraica. La città color ocra, che sorge in scenografica posizione arroccata su una gola del fiume Tago, è nota per la lavorazione del damasquinado, il filo d’oro cesellato su acciaio, con cui si decorano gioielli, ciotole, piatti, vassoi e le federe per lame di vario genere in vendita negli innumerevoli negozi di plaza de Zocodover, cuore della città, una splendida piazza fiancheggiata da portici e dominata dal massiccio dell’Alcàzar, la fortezza quadrangolare di origini medievali che nel 1936 subì gravissimi danni per i bombardamenti delle truppe repubblicane.

Monastero dell’Escorial

La sua mole, circondata da quattro torrioni, si staglia imponente sullo sfondo collinare mentre attraversiamo l’Alcantara, l’antichissimo ponte di origini visigote sul fiume Tago. Entriamo in città oltrepassando la Puerta del Sol, in tipico stile mudéjar, dove i motivi moreschi, arabeschi, iscrizioni e losanghe, si mescolano con la flora naturalistica e gli animali dello stile gotico, unendo l’arte musulmana a quella cristiana. In tutta Toledo notiamo l’impronta araba: nella cattedrale gotica edificata sul luogo di una antecedente moschea araba o nella chiesa e monastero di San Juan de los Reyas, stupendo insieme di forme gotiche e mudéjar dove resto abbagliata dal chiostro a due livelli che circonda il giardino interno in cui crescono rigogliosi aranci carichi di frutti.

Sempre partendo dalla stazione Atocha, visitiamo in giornata il monastero dell’Escorial, nell’omonima cittadina a 1000 metri d’altitudine, fatto costruire dal re Filippo II nella seconda metà del Cinquecento con l’intento di edificare l’ottava meraviglia del mondo.

Segovia, l’Alcazar

Qui tutto è grandioso: l’austero edificio, un grande quadrilatero di 207 metri per 161 contiene al suo interno 300 stanze, 16 cortili interni, 88 fontane, 15 chiostri, il tutto solo in parte visitabile, oltre ai Nuovi Musei e alla Basilica con la sua cupola alta quasi 100 metri.

Prima di dedicarci completamente alla visita di Madrid, raggiungiamo in giornata la bella Segovia, capoluogo della Castiglia, sempre a 1000 metri d’altezza. Conquistata dagli Arabi, che ne fecero la loro capitale, ma già importante in epoca romana, ci affascina con il suo centro storico fatto di stradine strette e pittoresche sulle quali dominano l’imponente cattedrale tardo-gotica e il maestoso acquedotto romano, uno dei monumenti traiani meglio conservati, tuttora funzionante, capolavoro ingegneristico dell’antichità. Ma è l’Alcazar, la fortezza, costruita su uno sperone roccioso, il fiore all’occhiello di Segovia, nonostante sia stata più volte rifatta e rimaneggiata. Francesco, stanco della lunga giornata preferisce limitarsi alla visita esterna dell’edificio e tornare in treno a Madrid, io decido di allungare la scoperta di quest’edificio così suggestivo e prendere il treno successivo. Immersa in uno stupendo paesaggio naturale, arroccata su una collina, la maestosa sagoma dell’Alcazar rievoca con le sue torri appuntite un romantico castello delle fiabe e deve gran parte del suo fascino alle torri e alle torrette dalla caratteristica punta che ricordano un po’ il cappello di una strega.

Segovia, l’acquedotto romano

Le nostre giornate sono dense di cose da fare e da vedere ma non rinunciamo comunque a vivere le attrattive della notte. Poche cose definiscono meglio del flamenco l’anima di questo paese: passione, improvvisazione e sentimento, tutto converge e si amalgama in questa coinvolgente espressione drammatica che, forse, solo nel tango argentino trova eguali per intensità e che prende forma in una danza (accompagnata dal canto e dalla musica), i cui punti salienti sono sottolineati dal battito delle mani, dei tacchi e delle nacchere. Nato dall’incontro tra la tradizione gitana, araba e spagnola e le dure condizioni di vita di strada, il flamenco seppur originario dell’Andalusia, ha nella capitale i suoi palcoscenici più prestigiosi, ambiti da ogni ballerino, cantante o musicista che vuole raggiungere i massimi livelli artistici. Difatti i migliori tablao de flamenco, i bar e ristoranti che propongono spettacoli di flamenco, si trovano a Madrid. Scegliamo per il nostro primo spettacolo il Cafe Chinitas, aperto nel 1969 all’interno di un bel palazzo del XVIII secolo, nel pieno cuore della città vecchia, tra il Palazzo reale e la famosa Gran Via (senza ombra di dubbio la strada più famosa di Madrid).

Flamenco al Cafe de Chinatas di Madrid

Si avvicendano nel corso della serata diverse coppie di ottimi ballerini accompagnati da chitarristi virtuosi, a dimostrazione di come non basti una buona tecnica per fare flamenco ma occorra saper usare il proprio corpo per trasmettere un articolato ventaglio di emozioni: tristezza, dolore, rabbia, malinconia, ma anche allegria e amore.

Per assaggiare la nostra prima paella spagnola finiamo invece in un Paellador, un locale per turisti che propone innumerevoli varianti di paella, il piatto di riso allo zafferano condito con pesce, frutti di mare, pezzi di manzo o pollo e legumi, talvolta mescolati tutti insieme. A nostra insaputa gli innumerevoli locali che espongono il marchio Paellador servono una paella gustosa ma non genuina in quanto precotta. Per accontentare i palati di clienti di ogni nazionalità vengono inserite in menù paelle che nulla hanno a che fare con l’autentico piatto spagnolo come, ad esempio, l’improbabile paella Fideguay, che al riso aggiunge formaggio, wurstel, prosciutto cotto, olive, origano, funghi, bacon e mozzarella. Un obbrobrio solo a leggere la fila di ingredienti.

Paella

La paella del Paellador, la gustiamo, per modo di dire, durante una delle nostre giornate dedicate alla visita della capitale Madrid, una città che non rispecchia il mio personalissimo concetto di bella città: la parte caratteristica e pittoresca si concentra infatti solo nella vecchia Madrid medievale, a sud dell’ellittica piazza Puerta del Sol, per secoli cuore della città. Nel suo complesso Madrid appare ai miei occhi come una vastissima metropoli contemporanea, ampia e spaziosa, costellata dal verde dei suoi numerosi, grandi giardini come l’enorme parco del Retiro, esteso per 143 ettari che deve il suo nome al fatto che qui si ritiravano i re nel periodo pasquale e nei periodi di lutto. Trascorriamo qualche ora rilassante passeggiando tra vaste distese arboree secolari, ampi viali e radure fiorite ornate da statue, fontane, tempietti, colonnati ed edifici vari come lo spettacolare Palazzo di Cristallo che si specchia in un ampio stagno al centro del parco, dove si dilettano decine di canottieri. Percorrendo calle Mayor, che taglia la zona più antica della città, ci ritroviamo in una delle più belle ed antiche piazze di Madrid, plaza Mayor, grande quadrilatero chiuso da edifici porticati risalenti al 1619.

Madrid, Plaza Mayor

Qui decidiamo di assaggiare il polpo alla gallega, cioè alla galiziana, conosciutissimo piatto spagnolo a base di polpo e patate di cui ci servono però una porzione stile tapas, troppo piccola per il mio appetito. Mi rifaccio con il tipico prosciutto Pata Negra tagliato al coltello, accompagnato da piccole porzioni di pane croccante, una vera leccornia. Nelle nostre lunghe giornate primaverile madrilene dedichiamo il nostro tempo soprattutto alla scoperta della città vecchia.

Madrid, la Gran Via

Numerosi gli edifici settecenteschi come il Municipio o il mastodontico Palazzo Reale detto Palazzo de Oriente (3.000 stanze di cui se ne possono visitare 50), residenza ufficiale dei re pur non essendo abitato dagli attuali monarchi che preferiscono la quiete del più sobrio Palacio de la Zarzuela nelle vicinanze della città. Più che la sala del Trono o quella da ballo ci ammalia la galleria dei dipinti, con opere di Velázquez, Goya, Rubens, El Greco e Caravaggio, tra tutte la Salomè con la testa del Battista dipinta dal Caravaggio, un quadro al tempo stesso inquietante e affascinante. Non perdiamo, ovviamente la visita del celeberrimo museo del Prado, una delle raccolte di pittura e scultura più grandi del mondo, con oltre 3000 opere dei maggiori artisti italiani, spagnoli e fiamminghi, anche se a conquistarmi è soprattutto il Museo America. Da sempre mi appassionano infatti le civiltà pre-colombiane ed i Paesi latino-americani che ne raccolgono le vestigia, Messico e Perù in particolare. Creato nel 1941 per ospitare le collezioni di archeologia pre-colombiana, arte coloniale ed etnografia americana che fino ad allora appartenevano al Museo Archeologico nazionale, il Museo America possiede oltre 25.000 opere (circa 2.500 quelle esposte).

Madrid, Museo America

Cronologicamente, i reperti, vanno dal Paleolítico fino ai nostri giorni e coprono la totalità del continente, non solo dall’America spagnola, ma anche dai territori nei quali non ci fu mai una presenza spagnola permanente, come certe zone degli Stati Uniti, Brasile, Canada e Suriname, lo Stato più piccolo del Sudamerica. Prima di lasciare Madrid, trascorriamo una domenica pomeriggio all’arena per assistere allo spettacolo nazionale spagnolo per antonomasia, la corrida, che tuttora conserva larghe schiere di estimatori. Con tutto il suo ricco apparato scenografico, il rituale, i costumi, il complesso cerimoniale, la corrida può durare anche diverse ore. La nostra si svolge alla plaza de Toros Las Ventas e vede scendere in campo, uno dopo l’altro, otto diversi tori, nove banderilleros a piedi, sei picadores a cavallo e tre giovani ma già famosi espada (o matador), cioè i toreri a cui alla fine di un estenuante cerimoniale spetta il diritto e il dovere di uccidere il toro già sfiancato e ferito. Francesco al secondo toro ucciso in modo cruento decide di lasciare l’arena e trascorrere un paio d’ore al cinema a vedere un film in spagnolo.

Madrid, Plaza de Toros Las Ventas

Io resisto ad altri due combattimenti, a coinvolgermi sono più che altro i grandi clamori che accolgono le eleganti mosse del matador o i fischi senza ritegno che investono il poveretto ad ogni errore o esitazione. Durante tutta la corrida il pubblico spagnolo non è mai quieto e partecipa vivamente alle varie azioni, accompagnandole con esortazioni, tipici olè, scroscianti applausi o colorite imprecazioni. Chiudo gli occhi e, in un attimo, mi sembra di essere al Penzo, lo stadio sull’acqua della mia città, mentre il Venezia segna il gol che, forse, quell’anno, lo avrebbe riportato in Serie A.

di Claudia Meschini