Kenya, viaggio nella Culla dell’Umanità

Masai

L’Africa e precisamente il Kenya, è considerata la Culla dell’Umanità. Proprio qui sono state infatti ritrovate tracce di ominidi, l’Austrolopithecus Anamensis, considerato uno dei primi ad ergersi in posizione verticale, rispetto agli altri primati. Risale infatti ad almeno 4milioni di anni fa il primo progenitore dell’uomo che comparve nei pressi di quello ora chiamiamo lago Turkana, in Kenya. Questo magnifico lago, si trova nella Rift Valley, una fenditura lunga cinquemila chilometri costituita da valli, strapiombi, grandi pianure, deserti.

Spiaggia di Watamu

Al nostro arrivo a Mombasa, via Milano, ci attende un bus che ci dovrebbe portare a Watamu, al nostro resort. Dopo neanche 10 chilometri di viaggio si fora una gomma che, faticosamente, viene sostituita con un’altra che sembra recuperata da una discarica. E difatti io e Gianmarco, insieme agli altri viaggiatori, siamo ben presto costretti a traslocare in un pulmino. Finalmente giungiamo belli stravolti all’hotel Barracuda, dove ci attende un’ampia camera con letti a baldacchino e zanzariera. Un riposino e siamo già pronti per un giro in spiaggia. Il mare è calmo, azzurro e costellato da isolotti, la spiaggia è altrettanto costellata dai cosiddetti beach boys, i venditori che, più insistentemente che in Asia e nei Paesi Arabi, cercano di venderti ad ogni costo la loro mercanzia. Durante il nostro soggiorno a Watamu visitiamo una fabbrica di fabbrica di oggettistica in legno dove acquisto una coppia di leggiadre giraffe, la vicina Malindi, località balneare eccezionalmente popolare tra i turisti italiani, con il suo coloratissimo mercato africano e le rovine dell’antica Gedi.

Escursione durante il Safari Blu a Watamu

Fondata nel XIII secolo, la città swahili, smise di essere attiva nel XVII per cause poco note. Ricoperta dalla foresta venne ritrovata solo negli anni’20. Gedi, che in lingua Oromo vuol dire “preziosa”, conserva ancora parte della doppia cinta muraria in blocchi di corallo e le rovine di alcuni edifici immersi nella vegetazioni. Ritroviamo qui gli alberi banyan inerpicati addosso ad altri alberi e agli edifici che tanto ci avevano affascinato nel sito archeologico di Angkor, in Cambogia. La loro caratteristica sono le radici aeree che, partendo dai rami e raggiunto il terreno, si trasformano in altrettanti tronchi, allargando così la superficie coperta da ogni albero. La spiaggia bianchissima e la barriera corallina ben visibile fanno di Watamu un luogo deputato per le vacanze marine e quindi non ci lasciamo sfuggire l’opportunità di partecipare al cosiddetto Safari Blu, salendo a bordo di una barca con il fondo di vetro per osservare i magnifici giardini di corallo del parco nazionale marino.

A Watamu

Visto che mi hanno assicurato che gli squali si trovano ben al di là della barriera corallina, mi faccio coraggio e affronto lo snorkling con maschera e pinne: lo spettacolo è meraviglioso, nell’acqua calda e trasparente ammiro centinaia di pesci colorati, alcuni anche molto grandi, che mi saettano intorno. Attraversiamo poi una distesa di sabbia bianchissima per raggiungere un villaggio dove ci attende un pranzo luculliano a base di aragosta ed uno spettacolo di danze tribali, in realtà un folkloristico ma un po’ triste balletto femminile ad uso e consumo dei turisti. Culturalmente più interessante la chiacchierata con la receptionista masai-cristiana del nostro hotel che ci racconta le usanze nuziali ancora in voga nel suo villaggio d’origine: verso i 16/18 anni la ragazza in età da marito viene “rapita” dai parenti del promesso sposo. Fin da quando è una bambina i genitori hanno infatti già scelto per la propria figlia quello che dovrà essere il suo futuro sposo. Il giorno del “rapimento” combacia con quello in cui si celebrerà il matrimonio.

Lamu, Shela

Starà poi al caso e alla fortuna che i promessi sposi riescano a vivere una vita coniugale felice, anche se ad unirli, non è stato, almeno inizialmente l’amore. Non lontano da Watamu sorge però la romanticissima e minuscola Isola dell’Amore, una striscia di sabbia bianca che raggiungiamo a bordo di un altrettanto minuscolo dhow a vela, un “guscio di noce” che sembra volersi ribaltare da un momento all’altro. Sarà l’ultima rilassante escursione prima di proseguire il nostro viaggio alla scoperta dei molteplici aspetti del Kenya.

Un piccolo aereo ci attende infatti il mattino dopo per portarci a Lamu, ai confini con la Somalia, principale città dell’omonima isola che fa parte dell’arcipelago formato da diverse isole e isolotti, di cui appunto Lamu, Manda e Pate sono le più grandi e conosciute. L’aereo atterra con qualche sobbalzo su una “pista” erbosa e con un taxi acqueo raggiungiamo la cittadina fondata nel 1370, uno degli originari insediamenti swahili lungo la costa est dell’Africa. Sito dell’Unesco, Lamu si presenta come un insieme di piccole vie strette e ombrose, con alti e decadenti palazzi costruiti in blocchi di corallo, legno di mangrovia e di makuti, porte e finestre intagliate, negozi di artigiani, poche costruzioni moderne in periferia, qualche piccola moschea mimetizzata tra le case, dove si aggirano donne che indossano il burqa, bimbi scalzi e uomini con la tradizionale hawb, la tunica di colore chiaro. Visitiamo il Forte sul lungomare, il piccolo museo costruito in stile Zanzibar, ex dimora del Commissario britannico, che illustra bene le antiche tradizioni dell’isola, la cultura swahili e le varie produzioni artigianali passate e presenti.

Masai

A bordo di un dohw raggiungiamo il villaggio di Shela, 12 chilometri da Lamu. Shela ha un’atmosfera indisturbata tutta sua, le case storiche swahili del villaggio sono state completamente rinnovate, la spiaggia si estende a perdita d’occhio, miglia e miglia di sabbia bianca e magnifiche dune di fronte all’Oceano Indiano. Proseguiamo per l’isola di Manda, sede della pista d’atterraggio, separata da Lamu da uno stretto canale: altro snorkling e cena a base di granchi giganti che non ci fanno rimpiangere le nostrane “granceole” di Venezia.

SAFARI IN KENYA

Ma il Kenya significa anzitutto safari, che in lingua swaili significa “viaggio” il cui scopo è vedere gli animali nel loro habitat naturale. In aereo raggiungiamo Nairobi, la capitale, qui ci attende Rama con la sua jeep, la guida che ci porterà a visitare il parco più famoso dell’Africa, il Masai Mara, millecinquecentodieci chilometri quadrati di savana erbosa che vanta la più alta concentrazione faunistica di tutta l’Africa.

Donne Masai

Qui si svolge la cosiddetta Grande Migrazione, lo spettacolare spostamento di un milioni di gnu, zebre e gazzelle che a luglio emigrano dall’altopiano dorato del Masai Mara verso le praterie erbose del Serengeti, in Tanzania, per poi tornare in ottobre. Ancora prima di entrare nel parco e raggiungere il campo tendato, osserviamo centinaia di gazzelle e di antilopi. Le tende, ampie e dotate di ogni confort, sono ermeticamente isolate da terra per evitare l’entrata di insetti e non manca il bagno privato in muratura.

Safari al Masai Mara

I nostri safari, all’alba e al tramonto, sono un susseguirsi d’incontri: leoni, ghepardi, giraffe, zebre, facoceri, iene, visitiamo anche un villaggio Masai tradizionale, dove gli uomini indossano lo shuka, un drappo dai colori sgargianti, con una netta predominanza del colore rosso, che viene avvolto attorno alle loro esili e snelle corporature. Per avere il permesso di scattare foto, girare riprese video e assistere ad una danza accompagnata dal suono del corno, il gruppo Masai pretende 20 euro. Non ci pentiamo della generosa mancia perché subito dopo, il capo del villaggio, che ha la spalla segnata (lui asserisce) dalla “zampata” di un leone, ci conduce a visitare l’interno del villaggio. L’enkang (casa), comprende una ventina di capanne di fango e sterco di mucca costruite a circolo e protette da un recinto spinoso che impedisce l’entrata agli animali selvatici (due piccoli accessi vengono richiusi di notte). Acquistiamo alcuni monili realizzati con le perline (le nostre conterie): bracciali, un collare, un portachiavi, una cintura, delle ciabatte in cuoio e perline ed un non meglio identificato bastone interamente coperto di conterie di cui non riusciamo a capire l’uso.

Masai Mara, zebra

Lasciato il Masai Mara, raggiungiamo in jeep lo scenografico lago Nakuru. Uno degli otto laghi della Rift Valley, Nakuru attrae una grande varietà di fauna selvatica alle sue acque scintillanti, tra cui numerosi predatori, giraffe e bufali, rinoceronti bianchi e neri. Ma è l’avifauna che regala le scene più belle di Nakuru. Il lago si trasforma periodicamente in un rosa pallido quando centinaia di migliaia di fenicotteri scendono sulle sue acque ricche di alghe. I fenicotteri sono solo una delle 450 specie di uccelli che si trovano qui.

Dopo aver lasciato i bagagli nel nostro cottage in stile inglese circondato da un bellissimo giardino fiorito, raggiungiamo in jeep al tramonto le rive del lago. Qui è permesso scendere dalla macchina e osservare più da vicino i rinoceronti ed i fenicotteri. La striscia bianca, accecante, che costeggia il lago è dovuta al carbonato di calcio che si cristallizza durante i periodi di siccità, al di là osserviamo uno spettacolo unico: migliaia di fenicotteri rosa che si ricorrono, si corteggiano, starnazzano, volano improvvisamente oscurando il sole e inondando di rosa tutti gli scenari possibili.

Fenicoterri sul lago Nakuru

La permanenza al lago Nakuru è meravigliosa ma ci aspetta un altro magnifico parco: lo Tsavo Est che insieme allo Tsavo Ovest costituisce il più grande parco africano in Kenya. Il lato Est, quello che abbiamo scelto per il nostro safari, è caratterizzato da una pianura arida di colore rosso acceso, interrotta da cespugli, alberi di baobab, qualche roccia sparsa e rare colline. Qui incontriamo struzzi e marabù, aquile, babbuini, impala e decine di elefanti (lo Tzavo Est insieme allo Tzavo ovest ospita circa un terzo degli elefanti del paese). Il parco è diventato famoso per la coppia di leoni maschi (leoni maneless, senza criniera) che, insolitamente, cacciavano gli esseri umani invece del bestiame durante la costruzione della linea ferroviaria Kenya-Uganda nel 1898. Circa 135 operai impegnati nella costruzione della ferrovia furono attaccati e uccisi dai leoni mangia-uomini, finché i felini furono uccisi dal tenente colonnello John Henry Patterson. Questa storia ispirò la trama del film “Spiriti nelle Tenebre”.

Pozza d’acqua nello Tsavo Est

Il nostro lodge si affaccia su due pozze d’acqua dove al tramonto vanno abbeverarsi diversi erbivori selvaggi, bufali, in particolare. Tra i tavoli del ristorante corrono veloci gli iraci, la cosiddetta “pantegana della savana” che però, fortunatamente, non ha niente a che fare con un topo ma assomiglia piuttosto ad un coniglio ben nutrito dal corpo tondeggiante che mangia, direttamente dalle nostre mani, qualche leccornia del buffet. Prescindendo dai safari durante i quali abbiamo l’occasione di vedere i cosiddetti Big Five (leoni, elefanti, leopardi, rinoceronti e bufali), visitiamo anche Mudanda Rock, uno sperone si roccia lungo circa un chilometro e mezzo e alto 20 metri con una diga alla sua base: un luogo dove si gli animali si recano ad abbeverarsi.

Ma è già arrivato il momento di ripartire e raggiungere la città di Mombasa dove alloggeremo un paio di notti prima di tornare in Italia. Capitale indiscussa della costa e del turismo, Mombasa è caratterizzata da un nucleo storico edificato su una piccola isola corallina nei pressi della terraferma.

Accensione del fuoco in un villaggio Masai

La città antica, pur nel suo aspetto spartano e un po’ decadente, ha mantenuto quasi intatta la sua antica struttura urbanistica, con case basse e stradine che si affollano sul porto, vecchi negozi e mercatini e una moltitudini di stili, indiani, coloniali, swaili. Ci colpiscono, in particolare, le porte arabe in ebano intagliato e lo scenografico Fort Jesus, progettato dall’architetto italiano Cairato su commissione dei portoghesi e costruito nel 1593 per difendere la città dagli assalti degli arabi. Dai suoi bastioni affacciati sul mare ci godiamo una magnifica vista sulla città, prima di correre in aeroporto. Il tempo di acquistare alcuni caratteristici oggetti in pietra saponaria dipinta a mano, tipici del Kenya, e siamo già in volo. Si torna a Venezia.

IL KENYA NEL PIATTO

La cucina keniota è figlia della sua storia, dal momento che unisce influenze arabe, inglesi e indiane. Sapori asiatici, ingredienti africani e ricette indigene si fondono senza gerarchie, una varietà che, pur non essendo particolarmente piccante, fa ampio utilizzo di spezie. Molto valida, oltre al pesce, anche la carne. In particolare andrebbe provato l’agnello, spesso servito con lo yogurt.

Cuoco keniota all’opera

Si può trovare carne di capra, di pollo (alla base del kuku wakupata, il pollo alla marinera tipico di Lamu) e di manzo. Si trovano anche delle ottime verdure, tra cui fagioli, patate, piselli, cipolle. Molto amato è il latte di cocco, utilizzato in cottura nei piatti a base di carne e pesce, ma anche sulle verdure e nelle minestre. Stesso utilizzo viene fatto con la banana. Il chapati è uno dei pani più comuni. Proviene dall’India e viene spesso aromatizzato al cocco. Uno dei piatti tipici (anche se l’origine dello stesso è somala) sono certamente i sambusa dei fagottini di forma triangolare ripieni di carne macinata speziata e da vari tipi di verdura che possono variare secondo la zona in cui vengono preparati. Ricordano i Samosa antipasto e snack indiano. Ogni regione ha i propri piatti tipici, relativi alle coltivazioni locali. La portata principale può variare: il miglio può rimpiazzare il mais come il sorgo può rimpiattare la manioca. Trattandosi di un paese di mare sono molto consigliati il pesce e i frutti di mare. Cominciamo comunque dall’ugali, una pasta di farina di mais e acqua molto densa che serve, un po’ come la mollica del pane, ad accompagnare le salse. Simile all’apparenza è l’immancabile irio, un purè di patate o altri tuberi con piselli o legumi simili, capace di accompagnare ogni piatto a base di carne. Sempre come accompagnamento, troviamo il ghiteri, un contorno a base di fagioli e mais sgranato. Abbiamo anche influenze indiane, arrivate tramite Zanzibar, e si manifestano nel riso pilau keniota, molto speziato e simile a un biryani. Quando invece il riso è cotto con la polpa del cocco abbiamo il waliwa-nazi, spesso presentato con verdure, pesce o pollo. La carne rossa viene servita arrostita o stufata, cotta assieme a tuberi, zenzero e altre spezie che gli danno un sapore unico.

Gamberoni e riso

L’albero del platano offre sia banane da friggere che la polpa del tronco, usata in numerose ricette. Ottima anche la frutta e i vari drink a base di frutta, con il cane locale (una forma di rum) e i liquori aromatizzati al caffè.

di Claudia Meschini

foto Gianmarco Maggiolini