Nicola Benetti: “attraverso i deserti di corsa”

Nicola Benetti alla Sahara Race 2006

Nicola Benetti, 57 anni, dirigente d’azienda, ha sfidato e vinto i deserti del mondo. Ha percorso, correndo: il Sahara: il più vasto al mondo, Il nome ”Sah’ra” significa il “vuoto”. È costituito da tre tipologie di terreno. Serir, grandi superfici ricoperte di ciottoli arrotondati e ghiaie, chiaro indizio della presenza di antiche acque correnti che hanno levigato pietre.

Nicola Benetti

Hammada, o deserto roccioso, formato prevalentemente dalle lave eruttate in superficie dagli antichi vulcani. Erg, o deserto sabbioso che rappresenta un decimo della superficie complessiva del Sahara. Benetti ha attraversato di corsa anche il Taklamakan, la propaggine occidentale del deserto di Gobi, grosso modo coincidente con l’Uigur, nella Cina occidentale. In turco il termine significa: “se ci vai, non ne esci più”, copre un’area di 270.000 km². Tra gli atri deserti affrontati da Benetti, il deserto di Atacama, in Cile, con i suoi paesaggi lunari ed il deserto di ghiaccio dell’Antartide. “Cambiare continuamente deserto ti costringe a non dare nulla di quello che hai fatto per scontato, devi rivedere molte cose dell’equipaggiamento, ma soprattutto devi modificare gli allenamenti in funzione della location e del clima che troverai per sviluppare maggiori attitudini all’acclimatamento”, spiega Benetti.

Ecco nel reportage de Il Gazzettino la storia di questo grande atleta, amante dei viaggi e delle avventure.

“Di solito ci sono tre motivi per correre: si inizia quasi inevitabilmente per combattere gli accumuli di adipe, poi – per la piccola percentuale che resiste e si allena con costanza e metodo – scatta la dimensione competitiva: prima qualche garetta da 10 chilometri, poi ci lancia in una mezza maratona da 21 chilometri e, una volta arrivati al traguardo, si inizia a pensare sempre più assiduamente alla mitica maratona da 42, 195 chilometri.

Atacama, Valle della Luna

Il terzo motivo è il piacere: si butta via l’orologio, basta tabelle d’allenamento, maratone fatte a sufficienza, corro nella natura cercando una sintonia con ciò che mi circonda. E si partecipa a corse trail, fino alle ultra trail, oltre i 100 chilometri di saliscendi in montagna. A Nicola Benetti, 57 anni, di Abano Terme (Pd), sposato con due figli, dirigente del calzaturificio Carmens di Galzignano Terme, non bastavano più neppure questi. Troppo forte il piacere di correre, non solo per una questione di endorfine rilasciate dal corpo, ma per una necessità della mente di capire i propri limiti e ritrovarsi solo a studiare e ascoltare il proprio fisico durante un’impresa estrema. Dove provare a correre? Massì, si è detto, proviamo nel deserto. “È stato nel 2006 – racconta – quando ho deciso di provare la Marathon Des Sables, 240 chilometri nel Sahara marocchino a tappe, la più popolare delle corse nel deserto, tutta in autosufficienza alimentare, l’organizzazione ti fa trovare negli accampamenti solo 9 litri acqua, il cibo te lo devi portare da casa in uno zaino. Avevo visto un sacco di documentari, mi sembrava un’impresa impossibile.

Lagune nel deserto di Atacama

Ho chiesto consiglio a un podista padovano che l’aveva fatta e mi sono deciso. Una volta arrivato al traguardo dopo una settimana è stato subito amore. Sono venuto a conoscenza di un circuito chiamato 4 Deserts e non ci ho pensato due volte…”.

Nello stesso anno della Marathon Des Sables partecipa all’attraversata del Sahara egiziano, nel 2007 tocca al deserto dei Gobi in Asia, nel 2008 al deserto di Atacama in Cile, sempre nel 2008 completa il circuito con il deserto di ghiaccio: l’Antartide. “Eravamo in 35 al via – ricorda sorridendo – dopo un viaggio a bordo di un rompighiaccio per arrivare fin lì. Per partecipare dovevi aver corso negli altri tre deserti. Condizioni meteo proibitive, era un anello da percorrere ripetutamente ma spesso interrompevamo la gara per la bufera di neve e ci facevano rientrare in nave”. Tutte competizioni da 250 chilometri in sette giorni a tappe.

Cinque deserti potevano bastare ? Manco a dirlo, a ogni traguardo iniziava già a pensare all’impresa successiva. “Nel 2010 ho partecipato di nuovo alla Marathon Des Sables – continua – ovviamente senza mai perdermi una ecomaratona in Veneto e una maratona su strada giusto per avere un po’ di ritmo (sempre sotto le 3 ore e 30 ndr.).

Grand Canyon

Poi nel 2011 è stata la volta del Nepal: gara dura per via dell’altitudine con un passo da attraversare nella valle dell’Annapurna a 3960 metri. Nel 2012 la Giordania, il Wadi Rum una delle corse più belle, con arrivo a Petra; nel 2013 gli Stati Uniti: partenza in Arizona nel Grand Canyon via di corsa fino allo Utha; nel 2014 il Madagascar, parte nord dell’Isola”.

Alla decima avventura anche i deserti rischiavano di diventare una routine. “Nel 2015 – spiega Benetti – ho provato un’esperienza nuova, la Lavaredo Ultra Trail. Una corsa in montagna con partenza da Cortina, certamente una delle gare più dure, anche più dei deserti, 120 chilometri da finire entro 35 ore”. Ma dopo un anno di pausa il richiamo del sole, del vento, dell’escursione termica, tornava a farsi sentire prepotentemente”. “Nel 2016 ho corso in Sri Lanka, dalla capitale, attraverso le colline, fino al mare, nel 2017 nel deserto della Namibia, il Namib“. Il più bello “L’Atacama” – risponde sicuro – si sale fino a 3mila metri in un paesaggio lunare, tra i più aridi del mondo, dove anche la Nasa sperimenta i moduli spaziali”.

Giordania, Wadi Rum

Nicola Benetti, quando i bimbi erano piccoli, si alleva dopo cena. “Li mettevo a letto e, torcia alla fronte, andavo a correre sui Colli Euganei, due passi da casa mia, una gran fortuna. Ho sempre cercato di non rubare tempo alla famiglia. Ora dormo, poco, ma non mi pesa: mi alzo tutte le mattine alle 5 e vado. Non seguo tabelle particolari, tranne i 3 mesi prima della gara, mi regolo a ore, dalle 3 ore e mezzo alle 4 ore e mezzo a seconda della competizione. Mediamente corro sui 70 chilometri a settimana collinari, arrivo fino a 100. Sempre da solo, mi sento più libero”. Problemi di vesciche non ne ha: “Al massimo qualche distorsione che nel deserto impari a curare senza ghiaccio”. E la moglie è contenta ? “Ha iniziato a correre anche lei – risponde ridendo – ha partecipato a qualche mezza maratone. L’equilibrio famigliare è tutto se vuoi affrontare certe competizioni”.

A chi sogna di imitarlo, fosse anche una sola volta, Benetti suggerisce di abbandonare la corsa su asfalto: “Il movimento della corsa su strada è sempre quello ed è impattante.

Namibia, Deadvelei, Namib

Correre in collina, oltre che essere bello, consente di muovere muscoli diversi tra salite e discese. Poi bisogna provare un deserto una volta nella vita, è anche un modo alternativo di viaggiare”. L’ultra maratoneta da sei anni è diventato anche vegano. “Non sono di quelli ortodossi, se mi capita di andare al ristorante ordino pesce, ma a casa cerco di mangiare carboidrati integrali, legumi, cereali, verdura e devo dire che ho avuto risultati inaspettati soprattutto nel recupero della fatica dopo le mie imprese”. Quando incontra i profani del podismo, la domanda è inevitabile: chi te lo fa fare ? “Me lo chiedono spesso – sospira – lo facevo perché mi piaceva correre, raggiungere una meta, è una filosofia di vita, e la corsa mi ha sempre restituito più di quello che ho speso per lei. Ora è diventato solo un piacere e basta”.