“Venice Secrets: Crime & Justice”, la mostra

Sono oltre 5000 i visitatori che, ad oggi, hanno varcato l’ingresso di Palazzo Zaguri, in campo San Maurizio, per visitare “Venice Secrets: Crime & Justice“, mostra dedicata alla storia del sistema di giustizia penale della Repubblica di Venezia; quattro sezioni espositive che affrontano il tema della tortura, della pena di morte e dell’inquisizione durante la Serenissima.

Lo scheletro nella cheba

 Nel primo giorno d’apertura, lo scorso 31 marzo, circa 1000 persone avevano voluto subito visitare l’esposizione prodotta da Venice Exhibition srl, saltata agli onori delle cronache giornalistiche cittadine a causa di un incidente capitato allo scheletro rinchiuso in una cheba (gabbia), scivolata in acqua da un pontile durante le fasi di scarico dei materiali, poi quasi integralmente recuperato dopo accurate ricerche subacquee. Oggi lo scheletro è ancora in restauro e nella cheba in esposizione è collocata una fedele copia. Ma il corpo umano in gabbia non è il solo cadavere in esposizione, difatti un’apposita sala della mostra presenta arti, organi ed un corpo intero umano plastinato: un teatro anatomico ricostruito a testimonianza di come i corpi dei condannati a morte venivano quotidianamente usati per gli studi di anatomia tra Padova e Venezia; in due parole la giustizia al servizio della Scienza. C’è poi chi davanti a queste macabre visioni è addirittura svenuto; l’ultima malcapitata una signora americana di 46 anni, subito soccorsa e ripresasi, ma c’è anche chi, amante dell’horror, si aspettava più reperti raccapriccianti come il visitatore che nel libro dei commenti posto a fine percorso ha scritto: “pochi cadaveri, ma la mostra è bella !”, forse era un reduce dalla mostra Jesolana “Real Bodies” che di cadaveri plastinati ne presentava in quantità.

E veniamo ora a questa interessante esposizione che, salvo proroghe, chiuderà i battenti il prossimo 1 maggio. “Venice Secrets: Crime & Justice“, presenta reperti originali alcuni esposti per la prima volta, suggestive scenografie che raccontano al pubblico come la Repubblica Serenissima applicava la Giustizia, in modo severo ma con pene certe, anche se crudeli, nel periodo storico che va dal XIII al XVIII secolo e che fanno apparire, in un improbabile paragone, come vere e proprie “vacanze ai Caraibi” le odierne pene detentive.

Uno degli svariati strumenti di tortura in esposizione

Nell’ampio palazzo (2500 mq), attraverso un percorso di ben cinque piani diviso in 36 stanze, il visitatore ha modo di visionare numerosi documenti originali, associati a strumenti di tortura autentici, provenienti da collezioni private tra cui il Museo di arte criminologica del castello di Casale di Monferrato, scoprendo le storie più truci, le pene inflitte e le numerose condanne a morte per i più svariati crimini. Alcuni di questi reperti sono unici: il vestito di Luigi XVI, codici miniati medievali, disegni originali e lettere originali di personaggi internazionali come Giacomo Casanova, Lorenzo Da Ponte, ecc. I versi narrati della Divina Commedia lungo lo scalone di ingresso e poi la riproduzione animata dell’Inferno di Giotto, catturano e accompagnano il visitatore in una progressiva ascesi, momento di transizione e di passaggio ad una “Venezia segreta”. Migliaia di persone mutilate, marchiate a fuoco, processate per sodomia, bruciate vive, annegate e uccise sul patibolo, rivivono in queste stanze con il solo scopo di far conoscere la loro storia al visitatore.

La riproduzione animata dell’Inferno di Giotto

Seguendo il percorso si possono scoprire, bel descritte nelle accurate didascalie esplicative, alcune tra le più importanti e terrificanti macchine di morte e tortura usate come strumento di giustizia, come la fallbret, la macchina di morte più suggestiva e cruenta, una sorta di ghigliottina ante litteram con l’impiego di una mazza per lo schiacciamento meccanico della lama da decapitazione utilizzata fino al 1500, oppure lo strumento per la tortura del fuoco utilizzata fino al 1700 che consisteva nel legare il condannato su una sedia posizionando delle braci sotto i suoi piedi cosparsi di grasso con solo una tavoletta a proteggerli dai carboni accesi. Ad ogni domanda a cui non rispondeva si toglieva la tavoletta. Il torturato era lasciato a digiuno per dieci ore prima della tortura, questo per aumentarne gli effetti sul fisico debilitato.

Il percorso espositivo attraversa i secoli più bui della Repubblica di Venezia ripercorrendo le vicende più clamorose della storia che hanno riguardato personaggi divenuti celebri come Paolo Sarpi, Giordano Bruno, Francesco Bussone meglio conosciuto come il “Conte di Carmagnola” e il Doge Marin Falier.

Il corpo plastinato nel teatro anatomico

Di particolare interesse storico è la ricostruzione, realizzata nel sottotetto all’ultimo piano, del carcere dell’Inquisizione di Narni (Umbria), scoperto casualmente nel 1979 e che rappresenta un esempio unico in Italia di prigioni del Sant’ Uffizio. L’ultima sala della mostra è dedicata ai falsi storici come la famigerata “Vergine di Norimberga”, una macchina di tortura inventata nel XVIII secolo da esibire a scopi commerciali. Fu ritenuta per lungo tempo un’aberrante dispositivo medievale a causa di una storia raccontata da Johann Philipp Siebenkees, il quale sosteneva fosse stata usata per la prima volta nel 1515 a Norimberga. Lascia poi sicuramente interdetti scoprire che la cintura di castità, comunemente considerata uno strumento di contenzione fisica risalente all’epoca delle Crociate, quando i cavalieri in partenza per il Santo Sepolcro volevano assicurarsi la fedeltà delle proprie mogli durante la loro assenza. In realtà si tratta di un’invenzione ottocentesca.

Una cintura di castità conservata a Praga

Studi approfonditi hanno infatti sfatato il mito medioevale: quanto potrebbe sopravvivere una persona con indosso una cintura di castità di metallo ? Nemmeno gli appositi “fori per le evacuazioni” sarebbero sufficienti a prevenire gravi infezioni e, di conseguenza, la morte. Una morte atroce. C’è poi un’ulteriore considerazione da tenere presente: spesso i crociati cercavano di andare a letto con le proprie mogli prima della partenza di modo da ritrovare, una volta tornati dalla lunga campagna militare, un figlio e un erede. Con la cintura di castità il parto sarebbe stato… come dire… complicato. Senza contare l’obiezione più semplice: qualunque serratura medievale poteva essere aperta da un fabbro in pochi secondi. Al di là di queste incongruenze logiche, però, a suggerire che quella delle cinture di castità medievali sia in realtà una leggenda c’è il fatto che non esistono autentiche cinture databili al Medioevo. Fu solo nell’800, nell’Inghilterra vittoriana e puritana, che vennero messe in commercio delle cinture di castità, più morbide e da indossare solo per brevi periodi, usate dalle donne per proteggersi dagli stupri e, soprattutto, imposte agli adolescenti per impedire la masturbazione.

Venezia, Palazzo Zaguri

In alcuni casi furono però pubblicizzate come strumenti atti a preservare la fedeltà delle mogli, trasformando in realtà l’incubo leggendario del medioevo. Oggi le cinture di castità, realizzate nei materiali più diversi, si possano liberamente acquistare su Amazon e nei sexy shop di tutto il mondo per soddisfare, diciamo così, alcune fantasie erotiche non proprio ortodosse…

Dopo questa digressione torniamo ora alla mostra. I documenti, i reperti e in generale tutti i contenuti culturali del progetto sono avvalorati da un comitato scientifico composto dai maggiori esperti a livello nazionale. Le sale e gli ambienti che ospitano l’esposizione comprendono, oltre all’atrio a piano terra, 35 ambienti numerati per ciascuno dei quattro piani. L’accesso agli ambienti è garantito dalla scala monumentale settecentesca, con adiacente ascensore abilitato al trasporto dei disabili. Il nucleo di accoglienza dei visitatori è dislocato nell’atrio ed è costituito da alcuni ambienti atti a contenere il bookshop, la distribuzione delle audioguide e i servizi di accoglienza dei visitatori.

La splendida veduta dall’ultimo piano di Palazzo Zaguri

Il percorso di visita si sviluppa dal terzo piano al sottotetto per poter proseguire al secondo piano e concludersi al primo. Ogni piano è dedicato ad una sezione specifica che lo rende autonomo e nel contempo concettualmente legato agli altri seguendo il file rouge del tema principale. Le quattro sezioni tematiche sono rispettivamente: sezione prima – terzo piano – Giustizia e tortura (sale 1-12); sezione seconda – sottotetto – Carceri e carcerati (sale 1-4); sezione terza – secondo piano – Il rito delle esecuzioni capitali (sale 1-12); sezione quarta – primo piano – Inquisizione e Sant’Uffizio (sale 1-7). La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 22 all’interno di Palazzo Zaguri, edificio gotico salvato dall’ennesima declinazione ricettiva grazie a due anni di restauro conservativo e 5 milioni di euro di investimento che l’hanno trasformato in polo museale e libreria e che da lavoro, a pieno regime, a 20 operatori tutti residenti nel centro storico di Venezia.

Il Ponte dei Sospiri, collegava il Palazzo Ducale con le Prigioni Nuove

Un po’ di storia. Palazzo Zaguri è stato nei secoli sede di alcune tra le più prestigiose famiglie veneziane. Le prime notizie risalgono al 1353, quando in parte era già stato edificato e veniva venduto alla famiglia Cavallo. L’ultimo erede Zaguri proprietario del palazzo fu Pietro II Marco che morì nel 1810. Per un certo periodo, nella storia recente, il palazzo fu sede scolastica e, successivamente, di uffici comunali. Dopo un periodo di abbandono, nell’ottobre del 2006, l’amministrazione comunale di Venezia lo mise all’asta vendendolo per 10,63 milioni di euro a una società immobiliare milanese, che a sua volta l’ha ceduto sei anni dopo ad un fondo. Una volta conclusasi la mostra, Palazzo Zaguri ospiterà contemporaneamente una fornita libreria Ubik al piano terra, la più grande mostra mondiale di anatomia “Real Bodies” dedicata a Venezia nei primi piani, il primo centro studi internazionale con biblioteca e mostra permanente su Giacomo Casanova al piano nobile, e un’esposizione sulla parte più avvincente e segreta della storia penale della Repubblica Serenissima nell’attico.

In mostra la cella, il vestito e le lettere originali di Giacomo Casanova