L’arcipelago nato da una spada

Uno dei simboli del Giappone: Torii (porta) davanti al tempio shintoista di Itsukushima sull’isola di Miyajima

Per chi è alla ricerca di un Capodanno originale il Giappone e, in particolare la sua capitale, rappresentano una meta di grande fascino e suggestione. HIS Italia propone l’atmosfera vibrante di Tokyo in un viaggio alla scoperta delle tradizioni e della vivace modernità della capitale giapponese. Dal lancio di 3000 palloncini biodegradabili dal tempio Zojo-ji, al must della tipica zuppa di grano saraceno toshikoshi soba (lett. “a cavallo tra due anni”), sono tanti gli eventi imperdibili che animano la notte di passaggio.
Il 2 gennaio, inoltre, è possibile visitare il Palazzo Imperiale di Tokyo nell’unica data di apertura straordinaria al pubblico insieme al 23 dicembre, giorno del compleanno dell’imperatore.

Capodanno a Tokyo – foto His Italia

Il capodanno giapponese è una festa tradizionale che celebra il nuovo anno, con caratteristiche e usanze tipiche della cultura nipponica. La vigilia di capodanno è chiamata Ōmisoka e l’inizio del nuovo anno viene celebrato il 1º gennaio di ogni anno sin dal 1873, seguendo il calendario gregoriano. Nella Prefettura di Okinawa viene invece celebrato ancora in corrispondenza del capodanno cinese, vietnamita e coreano. Il tipico modo per celebrare questa ricorrenza è fare l’hatsumode, che consiste nel recarsi al Tempio buddista o al Santuario shintoista pregando per un sereno anno nuovo. La visita può essere fatta o subito dopo la mezzanotte o durante tutta la giornata del 1 gennaio, l’importante è indossare il kimono e esprimere i propri desideri per il nuovo anno con gli amuleti omamori, bevendo il sake. Alla mezzanotte del 31 dicembre, i templi buddisti in tutto il Giappone suonano le campane per un totale di 108 rintocchi a simboleggiare i 108 peccati originali nella fede buddista, in modo da allontanare i 108 desideri mondani che impediscono di raggiungere la felicità . I giapponesi credono che il suono delle campane possa perdonare i loro peccati compiuti nel corso dell’anno precedente. Dopo aver finito di suonare le campane, la gente festeggia con un banchetto a base di soba, brindando con l’otoso (un tipo di sake).

Capodanno a Tokyo, tavolette votive – foto His Europa Italia

La tradizione vuole che i bambini ricevano del denaro dai genitori e dai parenti, usanza che prende il nome di otoshidama. L’ammontare della somma regalata dipende dall’età del bambino e i soldi vengono messi in una pochibukuro, ossia una bustina di carta colorata o con disegni carini.
Tra le svariate usanze che riguardano l’ultimo dell’anno e il primo di quello nuovo, vi è quella delle grandi pulizie (come le nostre di primavera), per iniziare l’anno nuovo in una casa senza la sporcizia di quello vecchio (questa tradizione è detta susuharai, ovvero “togliere la polvere”). A questo si ricollega il fatto di non volere debiti vecchi nel nuovo anno, per cui ci si organizza per saldare tutti i debiti entro dicembre. Ai lati della porta d’ingresso vengono messi dei rami di pino (kadomatsu), una fune di paglia con striscioline di carta (shimenawa) per evitare che gli spiriti malvagi entrino in casa.
Anche indossare qualcosa di nuovo è un’usanza diffusa, che auspica buona fortuna.

Toshikoshi soba – foto His Europa Italia

CIBI TRADIZIONALI DEL CAPODANNO
Toshikoshi-soba è un piatto che si gusta in Giappone l’ultima sera dell’anno, una tradizione tipica fin dal periodo Edo. La lunghezza dello spaghetto simboleggia l’augurio di una vita lunga lunga e, dato che un tempo nelle officine degli artigiani dell’oro e dell’argento si usava la pasta di soba per raccogliere i preziosi frammenti dei materiali volati via, si dice anche che la toshikoshi-soba porti ricchezza e fortuna nel nuovo anno.
La mattina del giorno di Capodanno in Giappone è tradizione sorseggiare del fukucha, tè verde con una prugna agrodolce chiamata umeboshi. Uno dei piatti tradizionali, invece, è lo osechi-ryōri, una speciale selezione di cibi tipici giapponesi serviti su un particolare contenitore laccato. Lo osechi è composto da porzioni di alga kombu kamaboko, purè di patate dolci con castagne, bollito di radice di bardana e salsa di soia . Molti di questi cibi sono essiccati in modo che non abbiano bisogno di essere conservati tramite refrigerazione, per il semplice motivo che questa tradizione culinaria risale a prima dell’invenzione dei frigoriferi, con l’impossibilità di comperare pasti durante il periodo festivo per via della chiusura dei negozi.

Capodanno a Tokyo, visita al tempio Sensō-ji – foto His Europa Italia

Tra i cibi tradizionali ci sono anche i kuromame (fagioli di soia neri), tradizionalmente simbolo di salute e forza fisica, i gamberi ed il daikon (rafano bianco), entrambi emblema di lunga vita per le loro sembianze: la gobba del gambero fa pensare a quella delle persone anziane e il ciuffo bianco della radice richiama la barba di un vecchio saggio.
Il mochi è un cibo tipico dell’inverno e tradizionale del periodo di Capodanno. Si prepara con riso glutinoso cotto a vapore, pestato a lungo in un grosso mortaio di legno, finché diviene una pasta molle ma compatta, che va poi modellata in piccole focacce. Il vocabolo mochi può essere tradotto con i verbi “avere, possedere”, ed equivale quindi a un augurio di ricchezza. Due mochi di misura diversa fanno parte obbligatoria delle decorazioni di Capodanno e vengono posti il piccolo sopra al più grande, insieme con arance amare e altre pietanze, come offerta sull’altare shintoista presente nella casa, oppure in un luogo importante della dimora, o all’ingresso, dove di solito si pongono le decorazioni per il capodanno.

IL MIO VIAGGIO IN GIAPPONE

di Massimiliano Goattin

La leggenda vuole che il Giappone sia nato da una spada: gli antichi dei hanno immerso una lama di corallo nell’oceano, e al momento di estrarla, quattro gocce perfette sono cadute nel mare, e quelle gocce sono diventate le isole del Giappone. Così la voce narrante del film “L’ultimo samurai” con Tom Cruise, racconta l’inizio mitico del Paese del Sol Levante: un luogo meraviglioso ai confini dell’Estremo Oriente, patria di una cultura così differente dalla nostra, fatta di disciplina e inchini, immersa in templi buddisti, santuari shintoisti e giardini zen, che continua ad esercitare su molti occidentali un grandissimo fascino.

A cominciare dalla capitale Tokyo, nonostante sia una città caotica e mostruosamente enorme: attualmente, insieme al suo hinterland sconfinato, è la più grande metropoli del mondo, con una trentina di milioni di abitanti. Per non parlare del Giappone più autentico, sempre nella parte meridionale, di Kyoto, di Nara, di Kamakura e del Fuji-san, il monte nipponico più alto, con i suoi 3.776 metri, con il suo cono vulcanico perfettamente simmetrico circondato da cinque laghi, tanto caro agli artisti e a tutti i giapponesi.

La tradizione, mantenuta con tenacia e persino ostinazione anche dai più giovani, è forse l’aspetto più sorprendente del Giappone. Pur occidentalizzandosi inesorabilmente, infatti, le nuove generazioni non disdegnano di indossare per strada, o in alcune occasioni particolari, il kimono o il più leggero yukata insieme ai tipici zoccoli in legno; oppure di recarsi a pregare davanti al santuarietto shintoista dove meno te l’aspetti, per esempio sulla cima di un grattacielo nel quartiere sovraffollato di Shinjuku.

Gli splendidi kimono delle Geishe

E pensare che la cultura giapponese, in realtà, ha ben poco di originale, dal momento che nel corso della sua storia ultramillenaria ha sempre importato e adottato le cose migliori dagli altri Paesi: la scrittura e la filosofia cinese, la religione indiana (c’è anche il buddismo, oltre allo shintoismo), l’arte e la tecnica di lavorazione della ceramica coreana e, negli ultimi decenni, la tecnologia, la moda e i fast food occidentali.

Vi sono diversi stereotipi da sfatare su questo Stato incantevole dall’altra parte del mondo, primo fra tutti quello che sia un’isola di felicità zen. La realtà è ben più complessa e, non di rado, presenta forti contrasti dietro il tipico (e forse esagerato) ossequio nipponico. Non mancano, comunque, i luoghi in cui si può ritrovare la pace e la serenità interiore: pensiamo ai giardini zen, nella cui cura i giapponesi sono maestri. Come ha detto Mizuno Katsuhiko, un grande fotografo che ha dedicato la sua vita ad immortalare la bellezza di Kyoto, i giardini miniaturizzano alla perfezione i paesaggi naturali, suscitando nello spettatore una sensazione di intensa armonia. Persino quando sono completamente rocciosi, come quello famosissimo all’interno del Ryoan-ji a Kyoto: il “panorama arido” del Karesansui, che risale al XVI secolo, è una vera e propria pittura immersa nella natura, dinanzi alla quale viene spontaneo meditare, seduti a gambe incrociate sul pavimento di legno o sul tradizionale tatami. E poco importa che la modernità e le strade trafficate e rumorose siano vicinissime, perché si viene letteralmente trasportati in un’altra dimensione. Tra canne di bambù, fiori di loto, romantici specchi d’acqua, statue in pietra, campane in bronzo e tetti arditi, l’esperienza nipponica per me è stata davvero speciale.

L’elmo per Samurai e la spada (satana) in una tipica casa giapponese

TOKYO – KAMAKURA

Il mio viaggio inizia naturalmente dalla capitale, dove serviranno un paio di giorni per riprendersi completamente dal jet lag. Tokyo è una megalopoli che non ha un centro vero e proprio (è formata da vari “villaggi”, che fanno riferimento alle stazioni ferroviarie o della metropolitana), e che si contraddistingue per la commistione di antico e moderno.

Il mio itinerario inzia con il visitare il centro della città, dove sorge il Palazzo Imperiale, o Kokyo, residenza dell’imperatore e della sua famiglia. Da cartolina sono la veduta con il ponte Niju-bashi, uno dei più celebri monumenti nipponici ed il giardino esterno, il Kokyo Higashi Gyoen.

Dopo una passeggiata piacevole nelle aree commercialmente più alla moda di Ginza e Shibuya, che ospitano interessanti grattacieli oltre a fornitissimi grandi magazzini, faccio una visita al tempio buddista Sensō-ji o Asakusa Kannon, meta di pellegrinaggi da tutto il Paese. Fondato nel 628 da due fratelli pescatori, è questo il complesso religioso più significativo di Tokyo.

Il tempio buddista Senso-ji a Tokyo

Tra le cose che più mi hanno stupito c’è la monorotaia sopraelevata, la spettacolare linea Yurikamome. Passa in mezzo ai grattacieli e attraversa Rainbow Bridge ed il quartiere ultramoderno di Daiba che ospita una replica più piccola della Statua della Libertà di New York. Questa nuovissima parte di Tokyo, edificata da pochi anni sulla baia (Tokyo-wan), è in continuo mutamento e sviluppo, e si può ritenere il simbolo del rinnovamento nel Paese del Sol Levante. Da non perdere, per chi come me è appassionato dei panorami dall’alto, la salita al 45° piano delle torri gemelle dell’Ufficio del Governo metropolitano di Tokyo a Shinjuku, e soprattutto quella fino a 250 metri alla Tokyo Tower a Roppongi. Da quest’ultima si possono ammirare tutti i 620 kmq di estensione della capitale giapponese e, se si è fortunati, pure le nevi perenni del monte Fuji a 97 chilometri di distanza.

Il tempio di Kiyomizu-dera a Kyoto

Ad appena un’ora di treno dalla stazione di Tokyo si trova Kamakura, forse la più deliziosa cittadina nipponica, e sicuramente quella che mi ha lasciato i ricordi più piacevoli e intensi durante il mio viaggio. Circondata per tre lati da verdi colline e per il quarto dall’oceano Pacifico, Kamakura è stata dal 1192 al 1333 il quartier generale dello shogunato, e ospita grandi edifici religiosi e una serie di eccezionali opere d’arte, perlopiù ispirate alla cultura zen.

Il Padiglione d’Argento Ginkaku-Ji a Kyoto

La sua fama è dovuta ai 65 templi buddisti e ai 19 santuari shintoisti, ma soprattutto al sublime Daibutsu. La statua del Grande Budda, la più grande del mondo in bronzo, è alta più di 13 metri e pesa ben 121 tonnellate con il piedistallo. Eretta nel 1252 e considerata somma espressione dell’illuminazione zen, da più di 500 anni è all’aria aperta, lasciando ogni volta lo spettatore stupefatto per il quasi disarmante senso di pace che trasmette.

KYOTO – NARA

In meno di tre ore con il superveloce shinkansen da Tokyo arrivo a Kyoto, capitale dell’impero nipponico per più di mille anni dal 794 al 1868; viene ritenuta la culla della cultura giapponese. Si tratta di una città stupenda per i suoi numerosi edifici riconosciuti come tesori nazionali o addirittura patrimonio mondiale dell’umanità, a partire dal grandioso Palazzo Imperiale di Kyoto, o Gosho, e dalla deliziosa Villa Imperiale di Katsura, o Katsura Rikyu.

Il famoso Padiglione d’Oro (Kinkaku-ji) a Kyoto

Il primo si estende su un’area di 27 acri, e tra i suoi tesori annovera svariati cancelli monumentali, come quello di Jomei-mon, e il favoloso giardino di Oike-niwa. Un laghetto stupendo con una piccola darsena si trova nella più piccola Katsura Rikyu, usata dall’imperatore durante il periodo estivo. Lo specchio d’acqua, attraversato da graziosi ponti ad arco in legno, pietra o terra, si caratterizza per le cinque isolette artificiali che sorgono sulla sua superficie; ma il pezzo forte della Villa Imperiale è il giardino con lanterne e catini per lavarsi le mani, sul quale si affacciano numerose case da tè. Tra queste mura si può ancora respirare l’atmosfera dei secoli passati, tra giardini zen da sogno, portali imponenti e i tradizionali tetti a spiovente, sui quali vegliano contro gli incendi grossi pesci mitici con la bocca aperta.

Tra i luoghi che non potrò mai dimenticare c’è il Kinkaku-ji, o Padiglione d’Oro, un elegante e armonioso tempio dorato con una fenice cinese sul tetto, che si erge solitario da un ampio stagno tra gli alberi, riflettendosi con estrema suggestione nell’acqua. Ricoperto in foglia d’oro per l’ultima volta nel 1987, il Padiglione mostra tre differenti stili architettonici, uno per ogni piano: di un palazzo, di una casa da Samurai e di un vero e proprio tempio zen. Se c’è un luogo che rasenta la perfezione in Giappone, questo è il Kinkaku-ji.

L’esterno del complesso di Todai-ji a Nara

Non lontano da tale paradiso si trova il Ryoan-ji, o Tempio del Pacifico Dragone, che ospita il giardino zen roccioso più famoso del mondo considerato uno dei capolavori della cultura giapponese. Il giardino, fatto solo di ghiaia bianca e di 15 rocce, potrebbe essere pensato come la quintessenza dell’arte zen: la sua bellezza così semplice, raccolta in appena 25 metri di lunghezza per 10 di larghezza, ispira alla meditazione filosofica.

Cerimonia del tè

Dopo un’ora di treno si arriva all’antichissima Nara, capitale del Giappone dal 710 al 784, resa ancora più bella dai daini ammaestrati che fanno da guardia ai numerosi templi, chiedendo in cambio ai visitatori gustosi cracker. Qui mi reco al maestoso Todai-ji, che ospita una monumentale statua in bronzo del Budda cosmico nella sala Daibutsu-den, la più grande costruzione in legno del mondo. Proseguendo ad est per una strada pittoresca delimitata da lanterne di pietra arrivo a Nigatsu-do, da cui godo di una visione mozzafiato dei tetti di Nara. A conclusione del mio viaggio indimenticabile in Giappone, quindi, visito Horyu-ji, dove vi sono il più vecchio edificio ligneo al mondo, del 607 d.C., e il più antico tempio superstite dell’Estremo Oriente, nella cornice di un chiostro meraviglioso e di un paesaggio fatato. Proprio come il Paese del Sol Levante.

La facciata del Todai-ji a Nara

IL PADIGLIONE DEL GIAPPONE ALLA BIENNALE DI VENEZIA

Unmei no akai ito, espressione traducibile con il filo rosso del destino, è il nome attribuito a una leggenda che affonda le radici nel millenario folklore di origine cinese, ben presto propagatasi e sedimentatasi con successo anche nel paese del Sol Levante. Secondo la credenza una divinità, solitamente identificata con Yue Lao, dio lunare e organizzatore di matrimoni, annoda un invisibile cordoncino di colore rosso intorno al dito o alla caviglia degli amanti destinati a incontrarsi in un determinato momento futuro. Peculiarità del filo, che lega con certezza ineluttabile i due innamorati, indipendentemente dal tempo, dallo spazio e dalle circostanze, è quella di essere immune alla rottura: può tendersi o aggrovigliarsi, ma mai rompersi.

Il filo rosso del destino

Un labirinto di fili rossi è quello che avvolge, con fare voluttuoso e al tempo stesso intimamente poetico, lo spettatore che si addentra negli spazi, realizzati nel 1956 su progetto di Takamasa Yoshizaka, adepto di Le Corbusier, del Padiglione del Giappone presso i Giardini della Biennale, la cui rappresentanza è quest’anno affidata a Chiharu Shiota, superba tessitrice di scenografiche installazioni di grande formato. Il reticolato fitto e intricato si fa generatore di una dimensione avvolgente, immersiva, silenziosamente densa, sorta di moderna cattedrale innalzata non a una divinità, ma a un’esperienza profondamente umana che conferisce un valore spiritualmente alto all’esistenza: quella del ricordo. I fili che pendono dal soffitto, infatti, terminano tutti con delle chiavi depositarie di una memoria individuale che sovrapponendosi a quella dell’artista e a quella dei donatori – le chiavi sono state raccolte dietro richiesta di Shiota dal pubblico di tutto il mondo – si fa memoria collettiva, spettacolare enciclopedia universale cui sono affidati, e che si fa interprete di, sogni, speranze, frustrazioni, aspettative dell’umanità tutta.


Le chiavi assumono un significato ancestrale e antitetico nella simbologia teorizzata dall’artista: oggetti familiari e preziosi cui ci affidiamo per custodire persone e spazi importanti, diventano al tempo stesso strumenti di apertura, concreta e metaforica, verso realtà altre, universi sconosciuti, dimensioni e culture con cui entrare in contatto e da cui lasciarsi suggestionare. Ad accogliere la pioggia di chiavi, una galassia diversificata e composita che risplende in contrasto cromatico all’interno dell’ordito di fili rosso sangue, sono collocate due barche dall’aspetto antico, che, come mani raccolgono nel loro incavo i ricordi individuali per portarli in un altrove immaginifico dove potranno mescolarsi con altri, adempiendo alla funzione attribuita da tutta una tradizione romantica al viaggio per mare: l’esplorazione, la scoperta, la commistione di stimoli e suggestioni.

Padiglione Giappone alla 56. Esposizione Internazionale d’Arte-la Biennale di Venezia

La riflessione dell’artista nipponica, residente a Berlino, trascende, metaforicamente e non, lo spazio interno del Padiglione, invadendo anche quello esterno, in cui campeggiano una fotografia di grande formato che vede per protagonista una bambina con una chiave nel palmo della mano, e quattro monitor in cui scorrono video di bambini che, tra risate e confusione, ricostruiscono i ricordi relativi ai momenti immediatamente precedenti e successivi a quello della loro nascita. Gli elementi che plasmano l’articolato universo iconografico dell’artista, prova evidente della sua capacità di dialogare con media differenti, pur appartenendo a una dimensione chiaramente quotidiana e rimanendo facilmente riconoscibili nella loro esteriorità, sembrano spogliarsi della loro funzionalità per ammantarsi di un valore squisitamente simbolico e poetico, fortemente emotivo, connotandosi come tracce e memorie di un vissuto pervaso d’intensa spiritualità.
Padiglione Giappone alla 56. Esposizione Internazionale d’Arte-la Biennale di Venezia.

Foto Alessandro Gibaldi