Tibet, il Paese delle nevi

La magnifica valle dello Yarlung

La sala d’attesa dell’aeroporto di Vienna è popolata da una fauna “piuttosto” particolare: qualche “fricchettone” che, con vistosa collana etnica al collo, rinverdisce i fasti di una meta privilegiata degli hippy occidentali anni’60, un gruppetto di alpinisti convinti, con i piedi già infilati in scarponi stile “campo base dell’Everest”, una coppia che invece i piedi preferisce tenerli freschi e calza, il 30 di ottobre, improbabili infradito dall’aria esotica. Non mancano alcune colorate signore in sahari con il “terzo occhio” dipinto sulla fronte. Io e Marco, in tenuta cittadina, storditi dalla stanchezza (siamo svegli dale 5.30) ci guardiamo intorno felici e ancora increduli. Stiamo per partire per Katmandu, Nepal, tappa di trasferimento per il Tibet.

Preghiere sulle bandierine del Palazzo di Jumbulagang

All’aeroporto di Gongkar, 95 km da Lhasa, incontriamo un gruppo di 32 italiani in vacanza: attraverseranno il Tibet e la catena himalayana fino a Katmandu, con i suoi passi ad oltre 5000 metri, in mountain bike. A me e Marco gia il viaggio in jeep sembra un’impresa non indifferente, ma ci infonde coraggio il kata, la sciarpa bianca donataci in segno di omaggio dalla nostra guida tibetana.

Particolare del complesso monasteriale di Samye

Innumerevoli volte gli chiediamo di fermare la jeep per scattare foto lungo la valle del fiume Jarlung: nell’aria tersa di un paesaggio magico e maesotso si susseguono dune di sabbia dorata, cime innevate, laghi blu cobalto e propaggini scintillanti del fiume.

Particolare del Palazzo di Jumbulagang

Il nostro entusiasmo sale, facedoci commetere un errore che ci costera’ caro. L’altitudine del Tibet (dai 3.500 metri in su) necessiterebbe, infatti, di un paio di giorni di riposo e acclimatamento, onde evitare il mal di montagna, ma io e Marco gia’ il mattino dopo, di buon ora, ci arrampichiamo sullo sperone roccioso dominato dal palazzo di Jumbulagang, prima residenza in muratura dei sovrani della dinastia Jarlung. Il paesaggio grandioso, e’ ingentilito dalle lunghe distese di bandierine multicolore sulle quail sono stampate preghiere e formule sacre che, mosse dal vento, diffondono nell’aria il proprio potere benefico (tutti i luoghi sacri ed i passi tibetani sono adornati da bandierine).

Il nostro soggiorno in Tibet, funestato dal mal di montagna di Marco, con conseguente ritorno anticipato in Nepal, si rivela comunque un entusiasmante susseguirsi di scoperte: templi, e monasteri, finalmente restaurati dopo le violenze dell’occupazione cinese iniziate negli anni’50. Tra tutti lo splendido complesso di Samye, primo monastero buddista tibetano, una sorta di città monastica che ospita anche un ampio ostello per i pellegrini e poi Mindroling, dove incontriamo un giovane monaco che in un italiano stentato ci racconta la sua esperienza in Italia come docente di pittura tibetana all’ istituto lama Tzong Khapa di Pomaia, in Toscana. “Ho insegnato anche ai ragazzini di una scuola media di Roma a costruire maschere di cartapesta”, ci racconta, mentre sorseggiamo te verde nella sua coloratissima stanzetta all’interno del monastero.
Erano ben 8000 i monaci che risiedevano un tempo nel monastero di Drepung, visitato avvicinandoci a Lhasa. Variopinti ornamenti di seta e broccato pendono dal soffitto della grande sala centrale, una ricchezza policromatica che si riscontra anche nei thangka di cui si possono acquistare colorate versioni nei negozi di Thamel, zona turistica di Katmandu. Dipinti e indorati a mano, i thangka raffigurano soggetti religiosi, ma sono anche uno strumento di meditazione e di controllo della mente.

Pellegrini

Nel nostro pur breve soggiorno del Paese delle Nevi io e Marco constatiamo come l’esistenza dei tibetani sia impregnata da un forte senso religioso, dalla spiritualità del buddismo e del bon, la religione autoctona, una sorta di animismo magico.

Dal nostro albergo di Lhasa, proprio di fronte al tempio di Jokhang, possiamo osservare i pellegrini che percorrono il circuito devozionale del Barkor camminando in senso orario o prostrandosi ad ogni passo. Ovunque si avverte l’odore dei rami di ginepro bruciati davanti alle divinità e del burro fuso che arde nei lumini offerti in omaggio sugli altari, mentre risuonano i toni profondi dei grandi tamburi Nga. Ma il Barkor, oltre ad essere uno dei tanti luoghi dove è possible effettuare la circumambulazione di un edificio sacro (in questo caso il tempio di Jokhang), è anche un mercato coloratissimo. Tra mille banchetti e’ possible acquistare anche i famosi khorlo dei pellegrini, bastoni alla cui estremità è fissata una ruota in ottone contenente fogli di preghiera. Nel Barkor, tradizionalmente tibetano, incontaminato dalla moderna architettura cinese, spiccano ancora le tipiche cassette a due piani con i muri inclinati dipinti di bianco e le finestre rettangolari bordate di nero per tenere lontane, secondo una credenza popolare, le presenze maligne.

Particolare del Tempio Jojang

Anche il Norbulingka, il Palazzo d’Estate, che visitiamo nei nostri ultimi giorni tibetani, si è salvato dall’influenza cinese. Ne visitiamo le stanze, ora museo, appartenute all’ultimo Dalai Lama, Tenzin Gyantso, premio Nobelper la Pace nell’89 e, sia pur dal suo esilio in India, strenuo sostenitore della libertà del Tibet.
Salutiamo il Paese delle Nevi salendo i 13 piani (117 metri) del Potala, residenza che fu del Dalai Lama e ancora oggi simbolo di un paese ricco di fascino e di sincera religiosità.
Uno spuntino a base di yak tibetano, quadrupede d’altura da cui si ricava oltre alla carne, yogurt, latte e pelli per pellicce e tende dei nomadi, e siamo gia’ atterrati a Katmandu da dove inizieremo la nostra visita della celebre valle. Ma questo è un altro viaggio.

Il tempio di Jakang

Un assaggio di uno dei possibili itinerari su misura per conoscere il Tibet.

Da Kathmandu e dalla sua valle con i meravigliosi templi, stupa, pagode e palazzi dell’antica dinastia Malla, si raggiunge Lhasa, la mitica capitale del Tibet, con i suoi magnifici palazzi, monasteri e bazar.

Monaco nel Palazzo Norbulingka

Tramite percorsi spettacolari, lungo vallate di fiumi e inerpicandosi fra cime e ghiacciai, superando passi anche oltre i 5.000 metri e racchiusi fra i ghiacciai, costeggiando acque cristalline di splendidi laghi, si giunge a visitare lo stupa di Gyantse. A Shalu e a Shigatse si vedono ancora dei capolavori straordinari e il monastero imponente di Sakya ricorda il potere enorme del medioevo. In seguito il viaggio continua oltre i passi Himalayani fino al monastero più alto abitato tutto l’anno nel mondo, ai piedi del monte Everest, e da questo luogo meraviglioso si prosegue seguendo la strada di alta montagna che collega Tibet e Nepal, fra paesaggi lunari, altipiani e monasteri buddhisti, sempre accompagnati dal fantastico panorama sull’Himalaya, prima di tornare nella capitale del Nepal, Kathmandu, seguendo la Friendship Hwy, itinerario classico e che offre splendide deviazioni verso i monasteri più importanti del Tibet centrale, consente di ammirare le montagne più alte del mondo, e per di più è interamente asfaltata!

Il periodo migliore per effettuare questo viaggio è da aprile a ottobre; perfetti per il viaggio i mesi primaverili e autunnali, mentre nei mesi estivi piogge ed acquazzoni notturni possono rendere difficoltosi gli spostamenti e le nuvole spesso coprono la visibilità delle montagne. In inverno è possibile raggiungere il Tibet solo in aereo e solo se le condizioni atmosferiche lo permettono.

di Claudia Meschini

foto Gianmarco Maggiolini

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