Orissa, l’India tribale

60 differenti etnie tribali vivono in un’area quasi inesplorata del subcontinente indiano.

Un laboratorio di antropologia a cielo aperto, ancor oggi inaccessibile se non si è accompagnati da esperte guide locali. Così potrebbe essere definito l’Orissa, un’area di 156mila chilometri quadrati, limitata a ovest dalle cime ricoperte di fitte foreste dei Ghati orientali e a est da circa 500 chilometri di costa sul Golfo del Bengala.

Donne si dirigono al mercato tribale di Onkudelli

L’Orissa, questa fertile regione ancora vergine al turismo di massa, caratterizzata da un paesaggio rurale estremamente variegato, dove le foreste di mango e di fico del Bayan si alternano a risaie e palmeti, offre al turista anche altri motivi d’interesse, oltre a quelli legati alle tribù locali: le belle spiagge di Gopalpur-on sea, una tranquilla località nel Golfo del Bengala, Cuttack una delle più antiche città dell’Orissa conosciuta per le sue lavorazioni artigianali della filigrana d’argento, e il lago Chilika, il più grande lago salmastro di tutta l’Asia, luogo ideale per gli amanti del bird watching poiché qui ogni anno, in particolare in inverno, migrano moltissime specie di uccelli in particolare dalla lontana Siberia.

Donna dell’etnia Bondo

Nelle zone dell’entroterra, ad una distanza di 600 chilometri da qualsiasi capitale, vivono nei villaggi rurali, tra foreste e colline, relativamente immuni da influenze esterne, più di 60 tribù discendenti dagli originari abitanti preariani del Paese. Questi popoli costituiscono il 35% della popolazione dell’Orissa e occupano il 65% dell’intero territorio. Sono in gran parte dediti all’allevamento e all’agricoltura tramandandosi di generazione in generazione usi e costumi, rimasti inalterati per millenni.

Il punto di partenza ideale per visitare i loro villaggi ed i variopinti mercati è la città portuale di Vizag nell’Andra Pradesh. La strada s’inerpica presto nella zona collinare delle Niyamgiri Hills, tra Jaypur e Rayagada, dove vivono i Kondh, la tribù animista più numerosa, di origine dravidica (discendente dei primi abitanti del subcontinente, precedenti all’invasione ariana del 1.800 a.C.). Divisi in quattro clan principali – Dongria, Kutia, Malia e Desia – i Kondh sono oggi tra le popolazioni più a rischio di estinzione.

Trasportatori di carbone

Su loro difatti incombe il pericolo di essere vittime sacrificali sull’altare del progresso e lo sviluppo economico della regione. Il governo centrale vuole, infatti cacciarli dalle montagne, che occupano da millenni, per far spazio allo sfruttamento dei ricchi giacimenti metalliferi della regione. E’ già programmato, infatti, l’insediamento di una fabbrica metallurgica dedita all’estrazione di ferro e cromo; una politica che, per esempio in Amazzonia, ha già causato la decimazione di gran parte delle tribù locali. Gli orgogliosi Kondh, oggi famosi per la loro conoscenza delle erbe medicinali ed i bellissimi gioielli in metallo, praticavano un tempo sacrifici umani per assicurare fertilità alla terra. Solo dopo la metà del XIX secolo gli inglesi riuscirono a sradicare questa terribile usanza.

La vivace policromia dei sari indiani

I Dongria sono tuttora fervidamente legati alle tradizioni ancestrali della religione animista: chi si ammala va dallo sciamano e non dal medico ed i dettami dello “stregone” sono seguiti alla lettera, anche quando si tratta di consigli e suggerimenti non riguardanti la salute. I matrimoni, contrariamente a quanto accade per altre tribù, non sono combinati: per incontrarsi i ragazzi e le ragazze si recano in un apposito edificio al centro del villaggio e cominciano ad “amoreggiare”; ma prima che un’unione possa essere ufficializzata, il futuro sposo deve procurarsi una casa, mentre la ragazza deve lavorare a lungo nei campi e guadagnarsi così la necessaria dote nuziale.

Ganesh, il dio elefante dipinto sul tessuto

I Paraja, che non fanno parte della tribù dei Kondh, vivono in collina dove praticano l’agricoltura e l’allevamento. Venerano la vacca, come è uso in gran parte dell’India e seguono la religione induista. Le donne sono riconoscibili dai grandi orecchini alle narici e sui padiglioni auricolari.

Tra le tribù più organizzate ricordiamo i Mali, i cui tratti somatici malesi sono caratterizzati da fronte piatta e mascella triangolare. Induisti, gentili e molto sociali i Mali, abitanti di una zona pianeggiante, amano interagire con le tribù limitrofe ed ogni settimana si recano ai mercati per vendere i prodotti della terra e quelli artigianali. I Saora sono agricoltori e abitano in case di fango dipinte con grazia e decorate con porte e architravi intagliati. Davvero particolari i Bondo: le donne, coperte solo da una cascata di perline colorate e da enormi gioielli, sembrano appartenere ad una tribù africana piuttosto che ad un’etnia dell’India. Nei loro mercati è possibile acquistare oggetti in metallo, tessuti in fibre vegetali e recipienti intrecciati a mano. Divisi in ben 27 villaggi, nonostante siano complessivamente soltanto 5.000 individui, i Bondo hanno origini aborigene e parlano un’incomprensibile lingua australo-asiatica. Agricoltori, animisti, agghindati sempre con archi e frecce, gli uomini di questa pittoresca tribù si caratterizzano per la rissosità, la dedizione quasi “religiosa” all’alcool e alla carne di maiale, e lo sprezzo del pericolo e della morte. Da veri kamikaze attaccano abitualmente, anche per futili motivi, le tribù limitrofe, tanto che le donne sono costrette a sposare ragazzi a volte molto più giovani di loro, addirittura quindicenni, per garantire la continuazione della razza.

Danza tribale di donne dell’etnia Desi

Recentemente su 750 uomini in età di riproduzione ben 400 sono morti in battaglia. Anche la mortalità infantile è altissima e sfiora l’80%. L’acqua infetta, la malaria ed i morsi di serpenti, rappresentano le cause principali di morte entro i primi 5 anni di vita. Anche la miseria in cui sopravvivono i 27 villaggi sparsi nell’entroterra dell’Orissa non fa che peggiorare questa situazione di degrado non solo fisico ma anche psichico e morale: i Bondo arrivano addirittura ad autodenunciarsi alle autorità locali di omicidi e reati non commessi pur di finire in prigione. In cella, infatti, sono garantiti due pasti quotidiani. Chi finisce in prigione almeno una volta nella vita viene poi rispettato dal resto della popolazione del villaggio!

LE CITTA’ TEMPLARI

Orissa significa anche templi e meraviglie architettoniche. Bhubaneswar, la capitale, è famosa per i suoi superbi templi indù, risalenti al periodo tra il VII e il XIII secolo, durante il quale il buddismo fu soppiantato da una rinascita dell’induismo. Dei 7.000 templi che avrebbero un tempo decorato la città, tanto da meritarle il nome di “Città dei templi”, ne rimangono oltre 400. Il magnifico Lingaraj Temple, rappresenta l’apice dello stile dell’Orissa, con una perfetta armonia nello sviluppo di scultura e architettura.

Konark, particolare del Sun Temple

La sua magnificenza è data dalla torreggiante deul (guglia) alta 55 metri, con le sue vistose nervature, e dalla maestria con cui sono state realizzate le sculture ed i vari ornamenti. Le figure femminili, gli animali e i fregi delle processioni cerimoniali sono un esempio di grazie ed esuberanza. Nell’ampio cortile del tempio vi sono oltre cento piccoli sacrari. Qui, la maggiore divinità è Shiva Tribhuvaneswar (Signore dei tre mondi), da cui prende il nome la città. Solo gli indù possono entrare nel Lingaraj Temple, osservabile tuttavia da una piattaforma vicina all’ingresso nord.

Puri, 60 chilometri a sud della capitale, è uno dei centri di pellegrinaggio più importanti dell’India; questa località marina è dominata dallo svettante Jagannath Temple. I marinai europei, per i quali la sua guglia alta 65 metri era un importante riferimento, lo chiamarono Pagoda Bianca per distinguerlo dal Sun Temple di Konark, soprannominato Pagoda Nera. Anche qui l’accesso è consentito solo agli indù, ma è possibile avere una buona visuale del complesso, con i suoi innumerevoli tempietti e i cortili affollati di pellegrini, dal tetto della Raghunandan Library di fronte all’ingresso principale. Dal tempio, la via principale di Puri, Bada Danda, attraversa la città, piena di alloggi per pellegrini e negozi che vendono cibo, souvenir religiosi e artigianato. Le specialità locali sono i colorati dipinti pattachitra e le rotonde carte da gioco ganjifa, con soggetti religiosi. La spiaggia è l’altra attrazione di Puri, sebbene il bagno non sia molto sicuro per le pericolose correnti sottomarine. L’esteso lungomare è affollato di chioschi e gruppi di pellegrini lungo la Marine Parade. Per la vita da spiaggia è consigliabile dirigersi verso l’estremità est, più pulita e appartata, o le spiagge annesse ai migliori hotel. Pescatori locali con cappelli conici fungono da bagnini e conducono i turisti in mare con le loro barche per ammirare il tramonto.

Ma il fiore all’occhiello dell’Orissa templare è sicuramente lo splendido Sun Temple di Konark, una delle più grandi meraviglie architettoniche dell’intera India, luogo di celebrazione dell’omonimo festival della danza che si svolge ogni anno dal primo al 5 dicembre. Dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità, il Sun Temple è famoso anche per le sue superbe sculture erotiche che celebrano le gioie della vita e per le raffinate raffigurazioni di dei, demoni, re, contadini, elefanti e cavalli scolpite sulle mura. Dedicato a Surya, il dio del Sole, il tempio è concepito come un enorme carro con 12 paia di ruote, per condurre il dio attraverso il cielo, incise sulle mura perimetrali del tempio. Tali ruote rappresentano anche i mesi dell’anno, mentre gli otto larghi raggi segnano la divisione del giorno in porzioni di tre ore.

Incontri nei villaggi tribali

I sette cavalli che trainano il carro sono, invece, i giorni della settimana. Se si ha la fortuna di visitare il Sun Temple in un periodo di feste, cioè tra gennaio e febbraio, si può assistere alla colorata e commovente processione di pellegrini che prima di entrare al tempio, ed onorare Surya, si purificano nelle acque del mare, lasciando che i flutti lambiscano la loro pelle e lavino non solo le macchie e le impurità del corpo ma anche e soprattutto quelle dell’anima, perché in India, spirito e corpo sono tutt’uno così come ci insegna il Kamasutra dove l’amore fisico non è solo gioia dei sensi ma anche, e forse soprattutto, elevazione dello spirito e celebrazione della vita terrena e ultra terrena.

In Italia la rappresentante ufficiale del Tour Operator indiano Ancient India Travels, che organizza escursioni in Orissa (www.ancientindiatravel.com), è Alessandra Massignani. Tel e fax: 041.989365 – Cell. 333.3950267 – Email: aletravel2002@libero.it

di Claudia Meschini

foto Gianmarco Maggiolini