Namibia: una natura incredibile tra oceano e deserto

Fenicotteri al tramonto nella baia di Walwis

Un mondo in cui uomini e animali vivono a tretto contatto e in completa sintonia con la natura.

Il nostro viaggio in Namibia è stato abbastanza impegnativo (circa 5000 chilometri in 20 giorni), soprattutto per le condizioni delle strade. Se si esclude infatti la principale arteria che attraversa il paese da sud a nord e alcune tratte presso le principali cittadine, il resto del sistema stradale è sterrato e molte tappe si sviluppano per centinaia di chilometri in uno scenario totalmente desertico. Un primo suggerimento quindi per i futuri viaggiatori: dotarsi di scorte d’acqua, viveri e benzina. In compenso, non è necessaria una 4×4, a meno che non cerchiate a tutti i costi il fuoristrada.

Orice del deserto del Namib

La scelta del periodo di viaggio è caduta nel mese di agosto, sia per esigenze lavorative, sia perché a quelle latitudini la stagione è più secca e quindi più favorevole all’avvistamento degli animali nei pressi delle poche pozze d’acqua. Altro particolare non trascurabile, la stagione secca è quella meno favorevole alla malaria. Il percorso inizia a Windhoek, la capitale, ove arriviamo con volo notturno diretto da Monaco.

Ritirata l’auto a noleggio, trascorriamo la prima giornata in città, alla scoperta di mercatini etnici e angoli caratteristici. In Post St Mall, centro pedonale della città, è possibile osservare alcuni meteoriti ferrosi appartenenti ad una “pioggia meteoritica” che colpì in un remoto passato il sud della Namibia. Il viaggio prosegue quindi verso nord, attraversando piccoli villaggi e aree desertiche segnate da enormi termitai. Facciamo tappa al Waterberg Plateau, un vasto altipiano e riserva naturale che si eleva isolato a 150 metri sulla pianura circostante. Dalla cima, raggiungibile con una facile passeggiata, godiamo di una splendida visione a 360 gradi. La notte nel lodge è accompagnata da una stellata incredibile che solo in un precedente viaggio in Sudafrica avevamo potuto godere. L’aria tersa e la totale assenza di inquinamento luminoso contribuiscono allo spettacolo.

Red billed Hornbill all’Etosha park

ETOSHA PARK, A CONTATTO CON LA NATURA SELVAGGIA

Il giorno successivo entriamo nell’Etosha park dal gate est, facendo base per il pernottamento presso l’ex forte coloniale tedesco di Namutoni da dove osserviamo un tramonto spettacolare dalla sua torre. L’Etosha park è una distesa di 20.000 kmq che comprende una vasta depressione bianca (chiamata “pan”) circondata da una rada foresta, habitat naturale di centinaia di mammiferi ed uccelli. Abbagliante il contrasto che ci colpisce tra il bianco del terreno ed il colore blu cobalto del cielo.

Acconciatura di donna Himba

Il nostro piano prevede l’attraversamento del parco (rigorosamente in auto, come raccomandato), percorrendo le varie piste laterali che conducono alle pozze di abbeveraggio degli animali. Nei diversi punti di osservazione abbiamo così l’opportunità di osservare zebre, giraffe, gnù, elefanti, orici, gazzelle e impala, oltre a svariate specie di uccelli.  Più raro l’avvistamento dei felini, meno “disponibili” al contatto. Usciti dall’Etosha Park, dal gate sud e visitato un villaggio Himba, una delle etnie ondigene della Namibia, ci dirigiamo verso il mare, fermandoci a visitare le pitture rupestri dei boscimani, nei pressi di Twifelfontein. Su un gruppo di rocce sono disegnati o incisi animali e scene di caccia, che vengono fatte risalire a circa 5000 anni fa e che testimoniano il livello raggiunto da una popolazione che ha fatto la storia, o, per meglio dire, la preistoria della regione sudafricana.

 DAL DESERTO ALL’OCEANO

Dopo un lungo percorso sterrato, raggiungiamo l’oceano e la nebbiosa Skeleton Coast a nord di Swakopmund, gradevole cittadina turistica di impronta tedesca, ove i namibiani benestanti possiedono la casa per la villeggiatura e dove abbiamo potuto cenare con dell’ottimo pesce. Nei pressi della città sono assolutamente da non perdere due esperienze naturalistiche: una colonia di migliaia di otarie presso Cape Cross, e la colonia di fenicotteri a sud presso Walvis Bay. Chi volesse percorrere il tratto più settentrionale della Skeleton Coast deve avere un permesso, una 4×4  e rifornimenti (non ci sono strade né adeguati punti di appoggio).

Danze al villaggio Himba

Rientrando da Walvis Bay per piste interne, percorriamo la cosiddetta moonlandscape, una regione impervia con caratteristiche veramente “lunari”, costellata di dossi e crateri. E’ qui che abbiamo l’opportunità di ammirare, insieme a ampie macchie di licheni, una pianta unica al mondo: la welwitschia. Presente con esemplari maschili e femminili distinti, ha uno sviluppo lentissimo, che può raggiungere i mille anni, e ha trovato nel terreno desertico della Namibia il luogo in cui sopravvivere, sfruttando l’umidità proveniente dalle nebbie atlantiche.

DALLE DUNE DEL NABIB AL KALAHARI

Proseguiamo verso sud per inoltrarci nel deserto del Namib e avvicinarci alla meta più affascinante e suggestiva del viaggio namibiano: le dune e l’oasi di Sosussvlei. Per godere lo spettacolo entriamo nel parco la mattina presto, quando le luci radenti permettono alle dune di stagliarsi contro il cielo con contrasti netti (anche ai fini fotografici). Se, come noi, volete assaporare con calma queste cattedrali naturali e fare l’esperienza di arrampicarle per godere lo spettacolo e incontrare i piccoli animali che vi abitano, è necessario prevedere un’intera giornata. Dopo l’esperienza delle dune, il nostro tragitto ci porta a sud, verso un altro spettacolo naturale che raggiungiamo al tramonto: il Fish River Canyon. Questa spaccatura del terreno, lunga 160 km e profonda oltre 500 metri nel punto più interno, è bellissima e unica in tutta l’Africa. I namibiani lo definiscono il canyon più imponente dopo il Grand Canyon americano, ma forse in questa classifica c’è un po’ di esagerazione. La strada non è facile e l’ultimo tratto, prima di raggiungere i principali punti di osservazione, è una pietraia che mette a dura prova le sospensioni dell’auto. Dormiamo in un lodge che sembra un villaggio western e che conferma la buona ospitalità incontrata pressoché ovunque nel nostro percorso.

Dune del Namib a Sossusvlei

Vale la pena ricordare che la regione sud-est della Namibia, non lontano da dove ci troviamo, è off-limits per chiunque, in quanto area diamantifera, gestita da multinazionali del settore e protetta da sorveglianza armata.

Le ultime tappe ci portano verso nord-est, ai limiti del deserto del Kalahari. A differenza delle dune mobili del Namib, questo deserto è fossile, ovvero stabilizzato e si caratterizza per la terra rossa. In quest’area, a ridosso del confine con il Botswana, abbiamo l’opportunità di vedere i curiosissimi suricati, animali simili a grossi scoiattoli che vivono in tane sotterranee e che hanno l’abitudine di assumere una particolare postura sulle zampe posteriori per controllare i dintorni in caso di pericolo. Particolarmente suggestiva inoltre la Quiver Tree Forest (kokerboom forest, in lingua locale), un esteso bosco di “alberi faretra” presenti solo in questa regione tra Namibia e Sudafrica. Il loro nome deriva dall’utilizzo dei rami, da parte dei cacciatori, per farne faretre per le frecce.

Albero faretra al tramonto

Siamo ormai al termine del viaggio e rientriamo  nella capitale.  Approfittiamo delle ore ancora disponibili per un’ultima passeggiata e per una cena a base di pietanze locali, accompagnati ancora una volta da uno spettacolare tramonto namibiano. Questa sera a letto presto !! Ci attende una levataccia l’indomani per arrivare in orario all’aeroporto.

SOSSUVLEI AREA PARK, L’ASCESA ALLA DUNA PIU’ ALTA DEL MONDO

di Eva Taffarelli

La chiamano Crazy Way. Non potrebbe esserci nome più azzeccato. Si tratta della salita alla cima di una delle dune di Sossusvlei. Ma non la salita per la comoda via che corre lungo il crinale, quella percorsa in modo agevole pure da anziani e bambini e che, ovviamente, anche noi abbiamo seguito, ma l’altra, visibile soltanto una volta raggiunta la vetta. E’ una traccia inesistente, continuamente cancellata dal più leggero alito di vento e poi reinventata dallo scalatore di turno, in base ai suoi ritmi e alla sua andatura. C’è chi sale senza sforzi, chi invece fa un passo avanti e due indietro, sprofondando nella “sabbia fresca”, chi si arrende e torna indietro e chi sperimenta addirittura la tecnica a gattoni, affondando le mani nella sabbia per darsi una spinta maggiore, incurante dei mille insetti che popolano il deserto. E’ la salita in verticale lungo la parete della duna più alta del mondo: da 280 a 320 metri, a seconda della direzione del vento.

Siamo nel cuore del Namib, il deserto sabbioso più antico del mondo (80 milioni di anni), situato sulla costa atlantica dell’Africa del sud. Il Namib copre gli interi 1300 chilometri di linea costiera namibiana e si estende nell’entroterra per una larghezza di 100 chilometri, comprendendo un quinto del territorio del Paese. Tutta questa sabbia si originò nel Kahalari tra i tre e i cinque milioni di anni fa e fu trasportata dal fiume Orange (fiume che segna il confine tra Namibia e Sudafrica) fino al mare. Di lì fu trascinata verso nord dalla corrente del Benguela e poi depositata lungo la costa. Il Namib è quindi un deserto costiero, caratterizzato da un clima caldo di giorno e freddo di notte e da assenza di precipitazioni. Nonostante il suo nome nel dialetto Nama significhi “luogo dove non c’è nulla”, la sua ricchezza biologica lo rende un posto unico al mondo. Il Namib ha infatti un segreto: qui le specie viventi sopravvivono solo grazie alla nebbia e all’umidità che si addensano sul litorale. Le superfici desertiche, torride, lasciano evaporare ogni goccia d’acqua, ma una parte di essa penetra nel sottosuolo. Molte specie vegetali (cespugli nani, la welwitschia, che può raggiungere i mille anni di età), pur costrette a cercare l’acqua in profondità, hanno così la possibilità di sopravvivere in queste condizioni estreme. Il deserto, inoltre, dà rifugio a numerose specie animali (rettili, insetti, serpenti, lucertole, giraffe, orici, springbok, uccelli) che hanno imparato ad adattarsi al suo aspro clima sviluppando strategie di sopravvivenza non indifferenti.

Deadvlei, la Valle della Morte

La corrente del Benguela, accusata di aver provocato numerose sciagure, tanto che la parte settentrionale del litorale è stata chiamata Skeleton Coast per i numerosi relitti di navi che giacciono sulle sue rive, rappresenta allo stesso tempo fonte di vita per numerosi esseri viventi. Questa fredda corrente scorre verso nord e crea banchi di nebbia che poi vengono spinti verso l’interno, per circa 50 chilometri, dalla brezza marina proveniente da sudovest. La nebbia porta con sé l’acqua, indispensabile in un’area che riceve in media solo 150 millimetri di precipitazioni in un anno.

Donna Himba

Noi ci troviamo nella parte più accessibile di questo mare di sabbia e precisamente a Soussvlei, la meta turistica per eccellenza della Namibia, insieme al Parco Nazionale di Etosha e ai villaggi Himba (tribù semi-nomade del nord del Paese). Per accedere a Soussvlei è necessario passare da Sesriem, un piccolo villaggio dove si trova l’ufficio informativo, e acquistare il biglietto di ingresso al parco, che rimane aperto dall’alba al tramonto. E’ infatti vietato trattenersi all’interno del parco oltre l’orario consentito, quindi, chi intende assistere all’alba sulle dune, deve trascorrere la notte nel camping o nei lussuosi lodges che si trovano nei pressi dell’ingresso. Sesriem e Soussvlei sono separati da circa 60 chilometri di strada asfaltata ma piuttosto sconnessa, abbracciata da entrambi i lati da morbide dune colorate. Dopo nemmeno 4 chilometri a sud dell’ingresso, si trova il Canyon di Sesriem, una gola lunga un chilometro e profonda 30 metri, scavata dal fiume Tsauchab. Per esplorare il canyon si possono seguire due piacevoli percorsi a piedi: uno risale il canyon stesso fino alla pozza di acqua salmastra in cima alla gola, l’altro lo discende per 2,5 chilometri fino all’estremità più bassa, e passa vicino ad una bizzarra formazione simile ad una sfinge posta sul lato settentrionale. Prima di raggiungere Soussvlei, si passa a fianco della Duna 45, la più famosa delle dune rosse del Namib perché una delle più accessibili, che deve il nome al fatto di essere situata ad una distanza di 45 chilometri dall’ingresso. Si giunge infine al Sossusvlei Pan (gli ultimi 4 chilometri sono percorribili solo con fuoristrada), una pozza circondata da dune rosse che si ergono di 200 metri sul fondo della valle e di oltre 300 metri sugli strati sottostanti. Raramente è pieno d’acqua, ma si trasforma quando il fiume Tsauchab fa la sua comparsa durante la stagione delle piogge (in Namibia vi sono infatti numerosi fiumi effimeri, che scorrono soltanto per due mesi all’anno), trasformando il fango in un etereo lago verde-azzurro, circondato dalla vegetazione e popolato da uccelli acquatici e da animali amanti della sabbia come lo springbok (una delle antilopi più veloci, la cui caratteristica è quella di spiccare salti verticali tenendo le zampe rigide e la schiena piegata ad arco) e lo struzzo.

Il parcheggio di Soussvlei è il punto di partenza di due circuiti che si inoltrano tra le dune. Il primo è chiamato Hidden Vlei, una bella escursione di 4 chilometri tra andata e ritorno, che conduce, come dice il nome stesso, ad un vlei (paesaggio aperto e pianeggiante) nascosto. Il secondo è chiamato Dead Vlei, un tortuoso percorso di 6 chilometri tra andata e ritorno, che, nonostante il nome (vlei morto), conduce ad un luogo bello e suggestivo. Noi decidiamo di percorrere questo. Il sentiero, segnalato da dei paletti bianchi, sale dolcemente tra le basse dune di fronte a noi. Raggiungiamo così il pan di Soussvlei, che a noi appare completamente asciutto, ma non per questo meno affascinante. Sul suo letto, costituito da fango essiccato in forme geometriche tanto perfette da fare invidia ai migliori pavimenti realizzati dall’uomo, crescono scheletri di piante che contribuiscono ad accrescere la sensazione di straniamento che aleggia qui intorno. Questo catino naturale rappresenta il punto di partenza della nostra estenuante quanto emozionante scalata alla duna più alta del mondo.

Il crinale della Duna 45

Raggiunta la cima ci sediamo a cavalcioni sul crinale, una gamba di qua e una di là. L’infinito che ci appare e che ci avvolge da ogni parte ci fa presto dimenticare la fatica dell’ascesa. Rimaniamo così per qualche minuto, in silenzio, ognuno assorto nei propri pensieri, qui finalmente liberi di vagare senza confini. Morbide colline color albicocca si accendono di toni caldi e splendenti a seconda della luce del sole. Onde fluttuanti sospinte dal vento si gonfiano e rotolano per distese sconfinate. Tutto intorno ondeggia un mare calmo di dune e noi, sopraffatti dal nostro istinto infantile risvegliatosi improvvisamente, ci tuffiamo lungo le pendici rotolando in profondità. La discesa è ripida, ma la tentazione di sciare a tutta velocità sulla sabbia è troppo forte. I granelli di sabbia si intrufolano dispettosi in ogni dove, tanto che, ad un certo punto, sembra anche a noi di essere parte di questo ambiente incantato.

GLI HIMBA DEL KAOKOVELD

Una visita ai villaggi himba rappresenta, in particolar modo per l’uomo occidentale, il risveglio completo dei sensi, al di là della parola. La maggioranza degli Himba non parla inglese e per questo motivo la comunicazione, lo scambio di messaggi durante un incontro con questo popolo, si basa esclusivamente sull’uso dei sensi. Un ritorno all’istintività?

In parte si tratta proprio di questo. Visitando un villaggio Himba ci restano impressi, infatti, i capanni di legno sparsi all’interno di un recinto, il profumo di ocra rossa mista a burro spalmata sulla pelle delle donne, il pestare dei piedi sulla terra durante le danze tribali, il lieve suono di un liuto primitivo, la melodia delle litanie in lontananza, la bocca di un bimbo addormentato attaccata dolcemente al seno della madre.

Giraffe che si abbeverano

Tuttavia, uno sguardo più attento alla quotidianità di questo popolo può svelare misteri che vanno ben oltre il gusto esotico, avidamente ricercato dai turisti. Gli Himba sono una tribù di pastori seminomadi che vivono nell’angolo nord-occidentale della Namibia, nel territorio dalla brulla e aspra vegetazione e dalle distese immense e colorate del Kaokoveld. Si tratta di un gruppo di circa 7.000 abitanti discendenti dal popolo di lingua herero, una delle più numerose fra le tredici etnie presenti nel Paese. Vivono in piccoli villaggi sparsi attorno alla polverosa cittadina di Opuwo, il centro amministrativo del Kaokoland, dove è possibile fare la conoscenza di Key Key, un ragazzo Himba sulla trentina, che da qualche anno lavora come guida turistica ed in particolare come accompagnatore nei villaggi della sua tribù. Fissando un appuntamento con lui presso l’ufficio turistico della cittadina, un barcollante edificio giallo alle porte di Opuwo, è possibile raggiungere luoghi remoti e visitare tribù meno contaminate dal contatto con i turisti. “E’ un lungo tragitto, il sentiero è poco agevole e accidentato”, spiega Key Key. “Ed inoltre non posso garantire che troveremo molta gente nei villaggi: a quest’ora gli uomini si dedicano al lavoro nei campi, e non posso di certo telefonare per avvisarli che stiamo arrivando!” – prosegue la guida concludendo la frase con una breve e acuta risata che fa da contorno al suo inglese dalla buffa cadenza.

Donna Himba con luo bebè

Qualsiasi visita ai villaggi è preceduta da una sosta di rifornimento presso il supermercato di Opuwo, dove acquistare generi di prima necessità, come farina, acqua, zucchero, da portare in dono al capo tribù, affinché la visita risulti gradita. Non devono mancare inoltre una giusta dose di caramelle per i più piccoli e di tabacco per gli anziani.

Il lungo viaggio, due ore interminabili attraverso una carrareccia aspra e malagevole, è allietato dagli interessanti racconti di Key Key. La giovane guida è, in modo sin troppo evidente, ben diversa dagli Himba che vivono ad Opuwo e che a volte sbucano di qua e di là lungo il percorso inesistente, coperti solo in minima parte e adornati di strani gioielli e acconciature. “Non posso più vestire come loro” – racconta – “sono stato tra i primi Himba ad andare a scuola in città e questo ha comportato che io perdessi, o meglio, abbandonassi, i miei costumi ed usi tradizionali. Insomma, non potevo di certo andare a scuola coperto soltanto dal gonnellino di pelle di capra!”. Quando prosegue, il suo sguardo si fa improvvisamente triste: “Sono un ragazzo di città, non possiedo alcuna capra e per questo motivo non posso prendere moglie”. Le sue parole suonano malinconiche dentro al finestrino del roboante 4×4. Con la mano Key Key indica un edificio in cemento e mattoni che sorge solitario nella radura che stiamo attraversando. “Questa è una scuola costruita pochi anni fa e sovvenzionata attraverso i fondi provenienti da Svezia e Norvegia. Si tratta di una rarità, difatti gli Himba solo dalla metà degli anni sessanta cominciarono ad accettare alcune strutture scolastiche e sanitarie tipicamente occidentali”, spiega.

Donna Imba

Il racconto di Key Key si interrompe: siamo arrivati al suo villaggio ma, come previsto, è deserto. “Ne conosco un altro da quella parte, forse lì saremo più fortunati”. Il secondo villaggio si trova a breve distanza e, già dalla macchina, s’intravedono delle persone all’interno del recinto. I villaggi degli Himba sono costituiti da piccole e sparse capanne di legno chiuse da una staccionata, all’interno della quale si trova anche l’area per gli animali. Sembra un villaggio fiabesco. Key Key scende dal fuoristrada, pregandoci di aspettare e di non seguirlo. Si dirige verso l’ingresso del villaggio alla ricerca del capo tribù, al quale deve chiedere il permesso della nostra visita. Dopo qualche minuto è di ritorno, annuisce con il capo e capiamo di essere stati ammessi. Improvvisamente ci sentiamo catapultati in un mondo totalmente diverso dal nostro, un mondo in cui uomini e animali vivono a stretto contatto e in completa sintonia con la natura circostante. Ovviamente, ciò che affascina maggiormente è l’aspetto delle donne, le quali, più degli uomini, hanno mantenuto il loro delizioso e inconfondibile costume tradizionale. La parte inferiore del corpo è coperta da una minigonna fatta con diversi strati di pelle di capra, mentre alle braccia e al collo portano gioielli realizzati con conchiglie, pelle, ferro e rivestiti di ocra e fango. Usano un profumo alle erbe conosciuto come otjizumba e si cospargono la pelle con una maschera di burro, cenere e ocra, chiamata otjize, che ha lo scopo di contrastarne il naturale invecchiamento. La stessa mistura è applicata sui capelli intrecciati con effetti sorprendenti. Le diverse acconciature stanno ad indicare lo stato sociale delle donne e degli uomini. Alcuni uomini, ad esempio, hanno la testa rasata al centro, mentre ai lati i capelli sono piuttosto lunghi e raccolti sopra il capo nello stile ondumbu, che indica che sono sposati, così come il largo ombongoro di conchiglie della costa angolana che portano al collo. Tutti gli uomini hanno le braccia e la parte superiore del corpo nude. Attorno alla vita indossano una cintura di pelle chiamata “cintura della fame”, perché viene stretta ogni qualvolta i morsi della fame si acuiscono. Dalla cintura pende un cencio di stoffa nera che copre la parte inferiore del corpo fino alle ginocchia. Ai piedi indossano sandali resistenti fatti con la gomma dei copertoni delle auto. In questo villaggio, tuttavia, incontriamo pochissimi uomini, sono quasi tutti fuori con il bestiame.

Il banchetto del ghepardo

Passiamo il pomeriggio con le donne, che poi sono tutte ragazze di trent’anni al massimo, con tre o quattro figli ciascuna attorno alle gambe, attaccati al seno o addormentati sulla schiena. Sono molto cordiali, sorridono e vogliono che prendiamo in braccio i loro piccoli. In un batter d’occhio, ci troviamo coperti del rosso della maschera che cosparge le donne e i bambini, i nostri vestiti sono già impolverati, vicino al fuoco viene fatto posto per noi. Ci sediamo, ascoltiamo i canti, osserviamo le danze e pensiamo che forse, almeno per un giorno, siamo diventati un po’ Himba anche noi.

di Claudio Gradari, Eva Fattarelli e Marilisa Somma

foto Claudio Gradari, Roberto Moiola e Luca Castagnola

Otarie a Cape Cross

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