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Kerala, il Paese dei gelsomini

Le houseboat, case galleggianti un tempo adibite al trasporto di riso

Spiagge, lagune, massaggi ayurvedici e architettura in legno. Alla scoperta dello Stato più “benestante” dell’India.

Se, camminando per le caotiche strade di una delle città del Kerala, o attraversando i grandi villaggi, vi capita di essere trafitti da una sciabolata di profumo di gelsomino, inutile cercare una pianta nei dintorni. Basta seguire le acconciature delle donne vestite nei loro colorati sari. Giovani e meno giovani, nonne e bambine, raccolgono i loro capelli con coroncine di fiori bianchi profumati.

India del sud, costa occidentale, il Kerala è uno Stato di 32 milioni di abitanti. La capitale è Trivandrum (890.000 abitanti), ma la città più importante è Cochin (1 milione 360.000 abitanti). Più verde la prima, più urbanizzata e industriale la seconda, anche per la presenza del porto.

Cochin mette in mostra l’architettura coloniale legata ai contatti avuti con cinesi, portoghesi e olandesi, soprattutto. Il quartiere ebraico merita una visita per i tanti negozi di spezie e gli empori di artigianato, mentre la chiesa di St. Francis va segnalata per aver ospitato le spoglie di Vasco De Gama. Fort Cochin, il cuore storico di una città costruita su più isole e collegata da ponti, è una commistione di stili, con le enormi reti da pesca portate qui dai cinesi. Da non perdere, il Mattancherry Palace, donato dai portoghesi al raja di Cochin. A Thrissur, cittadina a 70 chilometri a nord est di Cochin, si tiene il maggior numero di celebrazioni legate ai templi. Da gennaio a maggio è praticamente una festa continua.

A bordo dell’hauseboat

Trivandrum, la capitale, è costruita su sette colline. Due le mete da visitare: il tempio Sri Padmanabhaswamy con il suo gopuram, la torre principale, (inaccessibile, però, ai non indù) e, per lo shopping, la Chalai road e il Connemara market, pieni di bancarelle e negozi di ogni tipo. Da Trivandrum, infine, vale la pena con un piccolo sforzo e tre ore di auto, raggiungere Kannyakumari, in Tamil Nadu, l’estrema punta meridionale dell’India: qui si può assistere in aprile allo spettacolo del sole e della luna che sorgono insieme dalle acque e al ricongiungimento di tre mari: il mare Arabico, l’oceano indiano e il Golfo del Bengala. Lungo il percorso si visita Padmanabhapuram, una superba costruzione in legno, un tempo sede del principato di Travancore. Il Palazzo evidenzia forme architettoniche squisite, con soffitti in legno di rosa, finestre ornate da fregi, colonne scolpite, persiane e tetti a pagoda ed una splendida sala della preghiera con bellissimi dipinti murali ed un letto curativo, dono degli olandesi, intagliato in 64 tipi di legno.

Famoso per le piantagioni di spezie e tè dell’interno (a Munnar e tra le colline del Periyar e i Gathi occidentali), per le coste che si affacciano sul mare Arabico, per le spiagge di Varkala o Kovalam, per le lagune interne di Aleppey, il Kerala è lo Stato più “benestante” dell’India. Il tasso di scolarizzazione supera il 90 per cento, il turismo sta portando benessere, la rivoluzione tecnologica è arrivata anche qui con l’apertura di numerose scuole di informatica, di poli tecnologici e di tecnopark.

Le scogliere che sovrastano la suggestiva spiaggia di Varkala

Eppure anche in Kerala, come in altri Stati che rischiano di perdere la loro vocazione rurale, l’agricoltura soffre. Il governo comunista (il Kerala, nel 1957, ha avuto il primo presidente comunista del mondo liberamente eletto) acquista pagine di pubblicità sui quotidiani in lingua inglese o malayalam (la lingua locale) per far sapere di aver stanziato fondi di sostegno alle famiglie di mille contadini che si sono uccisi perché strangolati dai debiti. Questa vera e propria strage indotta è la conseguenza dell’introduzione in India di sementi ibride di piante alimentari che hanno sostituito nelle coltivazioni molte varietà originarie locali. Le ditte produttrici, supportate dalla Fao e a volte anche dai governi locali, inizialmente hanno presentato i semi ibridi come un rimedio contro la povertà, mentre il loro vero intento era quello di aprirsi un nuovo mercato per i prodotti chimici destinati all’agricoltura. La cosiddetta “Rivoluzione Verde” ha rovinato la vita di milioni di contadini nel sud del mondo e parecchie migliaia di varietà vegetali sono già scomparse in India. Ma per il Kerala, la crisi dell’agricoltura significa molto di più. L’estinzione di colture locali e la costrizione a monocolture implica la scomparsa di specie di piante necessarie per la vera risorsa di questo Stato, la medicina ayurvedica. Legata a una tradizione di cinquemila anni, contemplata negli antichi testi in sanscrito dei veda, la medicina ayurvedica, che in Italia viene considerata perlo più dal punto di vista estetico, è una vera e propria disciplina terapeutica, parificata con la medicina tradizionale. Alla base c’è un patrimonio di migliaia di piante che rischiano di scomparire, uccise dall’inquinamento, dall’urbanizzazione, dall’abbandono delle campagne, dall’introduzione di pesticidi e di colture “occidentali”. Così il governo federale indiano negli ultimi anni ha messo a punto un programma di recupero e difesa di 35 tipi di piante officinali. Non solo, ma ha creato anche un ministero dedicato alla scienza ayurvedica. Perché l’ayurveda non è solo salute, ma anche risorsa turistica.

Le backwaters, canali e lagune ale spalle di Allepey

LA MEDICINA AYURVEDICA, RISORSA TURISTICA

Il periodo migliore per visitare il Kerala va da ottobre a marzo (con temperature calde, ma sopportabili e secche), i mesi più adatti alle cure ayurvediche, specie se disintossicanti e non solo estetiche, sono però giugno e luglio, anche se per gran parte in questo periodo imperversano i monsoni. Le strutture che propongono questo tipo di cure sono tantissime, ma solo quattro sono riconosciute dal governo. Una di queste, la più grande, è la Healingveda (www.healingveda.com). Anil Kumar, 30 anni, è uno dei più giovani specialisti di medicina ayurvedica nel suo Paese. Nello Stato del Kerala, con Healingveda, gestisce due cliniche, forma giovani specialisti e ha portato i trattamenti ayurvedici nei maggiori resort della regione. Un soggiorno in una di queste strutture abbinato a vari tipi di trattamenti e a sedute di yoga costa dai 50 euro al giorno in su (pernottamento e trattamento). Due sono i resort in cui opera la struttura medica e terapeutica di Healingveda: il “Krishnatheeram” sulla scogliera di Varkala e l’”Estuary Island” nei pressi di Kovalam a Poovar. Il primo è un tre stelle immerso nel palmeto e affacciato sul mare, composto da due edifici con camere dotate di aria condizionata e da una clinica in cui vengono eseguiti i trattamenti. Il secondo è un 4 stelle, di grande lusso, ma abbordabile (con camere normali, bungalow e suite che partono da 129 euro a notte), affacciato alla confluenza di un fiume con il mare. Anche qui vengono eseguiti trattamenti di varia durata e di ogni tipo, ma sempre preceduti da una visita medica accurata. Vicino all’”Estuary Island” si trova un altro resort di qualità, l’”Isola di Cocco”, che rappresenta una valida sistemazione per abbinare i trattamenti alla visita del Kerala. Per chi invece preferisse una sistemazione non lontana dalle lagune di Aleppey o dalle piantagioni del Periyar, è consigliabile trovare alloggio a Cochin o ad Aleppey, città più a nord di Trivandrum.

Il Napier museum a Trivandrum

Non esiste un solo Kerala, ne esistono molti. Così come è impossibile pensare a una sola India. Povertà e ricchezza si mescolano. Grandi alberghi e nuovi complessi residenziali a Cochin sorgono vicino alla vecchia cittadina portoghese, al quartiere ebraico, ai vicoli sui quali si affacciano baracche. Lo smog prodotto da moto e auto si mescola ai profumi delle spezie, del gelsomino e dei piccanti piatti della tradizione locale. E motocarri Piaggio trasformati in risciò coesistono con le splendide Embassy bianche che fanno da taxi.

Affrontare le strade del Kerala è un’avventura: la guida a sinistra, come in Inghilterra, è solo uno degli ostacoli da superare. Qui le regole sono essenzialmente due. Primo: superare a qualunque costo e con qualsiasi spazio disponibile, anche se si guida un risciò che fa i 40 km orari e davanti si ha un pullman che va a 60. Secondo: se durante il sorpasso qualcuno arriva in senso contrario, per la legge dei grandi numeri sarà lui a spostarsi. Se ci si affida a un buon driver, un tassista, può andar bene (non costa molto, per un giorno di noleggio si spendono circa 50 euro, anche se dipende dai chilometri percorsi). Il problema sono le moto, più economiche delle auto e quindi più numerose. Il casco non è obbligatorio, al massimo si può viaggiare in due, ma a volte tra sellino e predallino ce ne stanno quattro, anche bambini. Ogni giorno si conta una media di 5 morti in moto, soprattutto ragazzi. Per muoversi, il treno rappresenta un’alternativa, ma anche un’avventura. Ce ne sono di varie categorie, ma l’esperienza merita (si spende comunque poco). Il problema dell’aria condizionata (il Kerala sulla costa ha sempre una temperatura tra i 20 e 35 gradi, con umidità più elevata da aprile) è stato semplicemente risolto in due modi: abbattendo porte e finestrini e montando file di ventilatori sul soffitto delle carrozze che sparano aria verso il basso, mentre l’omino con il cestone di dolci e il thermos del caffè passa facendosi largo tra i passeggeri in piedi. Eppure, in questo caos, esistono carrozze riservate alle donne e ai non vedenti. Ecco l’India dai tanti volti. Le fermate nelle stazioni sono un optional, nel senso che se il treno si ferma prima, si può anche scendere e farsela a piedi di fianco ai binari. Nessuno dirà nulla.

IL FASCINO DELLE BACKWATERS

L’altra faccia, rispetto al traffico caotico di strade e ferrovie, sono le barche. Uno o più giorni sulle houseboat nelle backwaters (il sistema di lagune alle spalle di Aleppey), ripagano dello stress da strada. Le società che affittano le houseboat si stanno moltiplicando. Le vecchie imbarcazioni, in puro stile keralese, sono costruite senza utilizzare nemmeno un chiodo ma soltanto canne di giunco tenute insieme da corde di cocco e da un collante naturale ottenuto facendo bollire gusci di anacardi. Un tempo adibite al trasporto di riso e spezie le cosiddette ketuvallam, sono ora riconvertite in più o meno lussuose case galleggianti. Si va dal servizio base, fino a quello più esclusivo con cabina letto, chef a bordo e possibilità di crociere per più notti. Prezzi da 2.000 a 8.000 rupie (un euro vale circa 54 rupie). Le backwaters sono canali e lagune che serpeggiano tra campi di riso e strette isole abitate, dove la gente vive soprattutto di pesca, aggrappata alla propria striscia di terra seguendo il ritmo dell’acqua e del cielo. Si passa tra grandi canali silenziosi e placidi, palmeti, riserve di uccelli rari. Unica avvertenza, le zanzare. Che comunque non sono pericolose.

Kerala vuol dire anche spiagge. Kovalam presenta una striscia di piccoli alberghi, ristoranti e negozi lungo l’arenile che ne danno le sembianze di un litorale occidentale in embrione. L’impatto però non è devastante al punto da renderla simile alla riviera romagnola. Al tramonto si assiste allo spettacolo delle barche di pescatori che escono in mare.

Pescatori sulla spiaggia di Kovalam

Varkala è un paesino a una quarantina di chilometri a nord di Trivandrum, ma il suo fascino sta sulla scogliera. Qui si susseguono ristorantini, piccoli alberghi e negozi di artigianato (ce ne sono di tutti i tipi, di tutti i prezzi e anche di abbastanza “furbi”) aggrappati sul cliff in mezzo al palmeto, al punto che ci si chiede come possano stare in piedi. Quasi tutti gli hotel qui offrono trattamenti ayurvedici, ma, come già detto, solo quattro strutture in tutto il Kerala sono riconosciute dal governo e quindi è bene informarsi bene prima di mettersi nelle mani di qualche centro. La spiaggia sottostante è ampia, anche se non di sabbia bianca. Da vedere il rituale del ritrovo indiano al tramonto. Quello che in Italia potrebbe sembrare un raduno per il classico aperitivo lounge al calar del sole, qui ha un profondo significato religioso. Famiglie e gruppi accendono incensi e piccoli fuochi sotto paraventi in foglie di banano, pregano e cantano. È la cerimonia di preghiera per i defunti, rito indù che a volte si accompagna con la dispersione delle ceneri.

Particolare del tempio di Janardhana Swamy nella città di Varkala

 

Anche se viaggia verso la modernizzazione, il Kerala – come gli altri Stati indiani – non abbandona la tradizione. La religione indù è praticata dalla maggioranza della popolazione, ma coesistono anche islam e cristianesimo. All’alba, a mezzogiorno e al tramonto le voci dei muezzin dalle moschee richiamano i musulmani alla preghiera e ricordano che qui, nelle indie orientali, dove approdarono portoghesi, olandesi e inglesi, l’influenza islamica è altrettanto antica. Non è difficile, nei villaggi lungo la strada tra il Kerala e il Tamil Nadu, vedere moschee, chiese e templi a poca distanza l’uno dell’altro. Le missioni cattoliche e le scuole di salesiani o di altri ordini religiosi costituiscono un appoggio per le famiglie del posto. I templi indù, molti dei quali non visitabili da chi pratica altre religioni, sono continua meta di fedeli che si radunano nei mercati circostanti. Spesso nei templi si distribuisce cibo gratuito ai poveri. Se vi capita di assistere a uno di questi eventi, vedrete che la gente – pur nella povertà – non vi assedierà con richieste di denaro, ma vi potrà anche invitare a condividere il pasto. Perché l’accoglienza fa parte del Kerala. Magari chi veste all’occidentale viene guardato con curiosità, spesso con un sorriso, ma nessuno resisterà dal chiedervi “Where are you from?” e magari iniziare una conversazione. Se capita, troverete gente disposta ad ascoltare (sembra scontato, ma non lo è). E non stupitevi se, a domanda, l’interlocutore ciondolerà la testa senza dire ne si ne no. Fa parte del loro modo di non scartare mai nulla a priori. La gente, qui, non si scompone e non drammatizza. Lo ha dimostrato la capacità di superare lo tsunami, che qui si è fatto sentire solo marginalmente. Lo dimostra la capacità di affrontare il periodo dei monsoni, «Qui piove per un mese intero – vi può spiegare una guida del posto – però ogni tanto smette… per 5 minuti…». Ecco, la capacità di cogliere l’importanza anche di solo 5 minuti sa dare agli indiani e al Kerala la speranza in uno sviluppo che non li costringa ad abbandonare le loro tradizioni millenarie, dove potrà esserci ancora spazio per il profumo del ciclamino nei capelli delle donne in sari.

di Davide Scalzotto

foto Claudia Meschini

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One comment

  1. Hello. And Bye.