Dall’Italia all’Afghanistan in Fiat Panda 4×4

I laghi blu cobalto di Band e Amir

In solitario dall’Italia all’Afghanistan a bordo di una Fiat Panda 4×4.

Quella che mi appresto a raccontare è la storia di un viaggio finito quasi per caso in una nazione particolare, spesso al centro dell’attenzione mediatica. Troppo di frequente l’Afghanistan è stato presentato come un posto ostile, quasi fosse il centro negativo dell’universo e causa di tutti i mali.

Avevo da tempo il desiderio, se non la necessità di scoprire, in presa diretta, cosa si celasse dietro al martoriato mondo afghano, ancora oggi governato dalle regole del “Grande Gioco”. L’Afghanistan, dunque, era nell’aria, come una meta ineluttabile, che inevitabilmente, alla fine, dovevo raggiungere. Per ben due volte ci ero passato vicino. La prima nel 2003, quando ripercorrevo una delle antiche Vie Della Seta tra i monti del Pamir, in Tajikistan, a fianco del tumultuoso fiume Panj che divide i due stati. La seconda invece nel 2004, di ritorno da un interminabile viaggio tra Cina, Tibet e Pakistan, nell’irrequieto Balochistan, fiancheggiandone il confine sud est. Tutti questi lunghissimi tragitti terrestri, compreso quello del 2006, dall’Italia a Pechino e ritorno via Mongolia, li ho compiuti utilizzando una “storica” Panda 4×4 del 1989, ora giunta a 680.000 km, interamente percorsi da me. Nel luglio 2007 decido di ritentare la via della Cina, usando però, la mia seconda Panda 4×4 quella che consideravo “nuova” essendo del 1999 con solo, si fa per dire, 180.000 km. Sapevo bene di avere poche possibilità di entrare in Cina, non avendo gli speciali e costosissimi documenti auto (le due volte precedenti ero accompagnato da una guida cinese durante l’attraversamento del vasto stato orientale), ma volevo tentare ugualmente.

IL VIAGGIO HA INIZIO. UNA SPECIE DI COLAUDO PER LA SECONDA AUTO

Uno scorcio di vita contadina in Afghanistan

Un venditore di ghiaccio nella città di Mazar El Sharif

I chilometri filano via veloci, ripercorrendo luoghi conosciuti: Austria, Slovacchia, Ucraina, Russia. Qui faccio una “variazione sul tema”, visitando i monti del Caucaso. Una parentesi di frescura che diverrà presto un ricordo durante l’attraversamento dell’infuocato deserto stepposo di Ustyurt, scorciatoia di 500 chilometri su pista sabbiosa per raggiungere l’Uzbekistan. In alcuni tratti di profonda sabbia fine come borotalco, la Panda sembra scomparire. Le nuvole di polvere ricadono sul cofano costringendomi a  utilizzare il tergicristallo. Comunque sia arrivo indenne all’approssimativo asfalto uzbeko, e visito lo sconcertante panorama di Mujnak. Qui, fino a quaranta anni fa si estendeva il limpido e pescoso mar d’Aral. Ora, invece, al posto dell’acqua solo distese desertiche incrostate da sale e impressionanti relitti arrugginiti di vecchie imbarcazioni, adagiate dove un tempo era il mare, il quale ormai è arretrato di quasi 200 chilometri in seguito a dissennati sfruttamenti dei suoi due emissari per uso agricolo.

Lascio la depressa area dell’Aral, puntando decisamente a est. Faccio delle piacevoli tappe nelle storiche città di Kiva, Bukhara e Samarcanda, località che ben conosco, incontrando vecchi amici. Mi sento di casa in questi luoghi dominati da alti minareti e cupole coperte da lapislazzuli. Il fatto di parlare abbastanza il russo, mi aiuta molto nel farmi sentire quasi uno del posto. Oltrepassata Tashkent, la capitale uzbeka, entro nella nazione montuosa del Kirghizistan. Appena fuori Osh prendo a inerpicarmi tra i monti del Pamir fino a valicare i 4.200 metri. I ghiacciai circostanti sembrano vicinissimi e la vista si perde all’orizzonte punteggiato dalle candide yurte dei pastori kirghisi. “La Cina è vicina”, mi dico, mentre guido lentamente sulla pietraia che da Sary-Tash porta al confine di Irkestam.

L’”ESAME” CINESE

L’uscita dal Kirghizistan avviene senza problemi, ma mi attende lo “scoglio” cinese. In un primo momento tutto sembra filare fin troppo liscio, quando mostro ai militari la speciale targa provvisoria cinese che erroneamente mi era rimasta dal viaggio del 2006. Mi fanno addirittura varcare il confine e timbrano il passaporto, ma è solo un loro attimo di sbadataggine. Infatti, il responsabile di dogana si accorge che le targhe sono vecchie, e il giorno successivo mi ricacciano indietro. “Maledizione, era quasi fatta!”, penso disperato. Ancora non convinto, compio un secondo tentativo alla frontiera kazako/cinese di Khorgos, ma anche qui vengo respinto. Volevo raggiungere il Pakistan, ma la Cina mi sbarra il passo. Che fare?

Incontri sulla via per Kabul

LA STRABA TROVATA

Ecco allora balenarmi nella mente un’idea pazza che rendeva inquiete le mie notti: tornare a sud, in Uzbekistan, provare ad attraversare l’Afghanistan e finalmente entrare in Pakistan, luogo che mi è rimasto nel cuore dal precedente viaggio in Panda del 2004.
Nella capitale uzbeka, inaspettatamente, il percorso che sembrava senza sbocchi acquista nuovo vigore. E’ emozionante quando entro nell’ambasciata afghana di Tashkent. La rappresentanza si trova in una palazzina contornata da un muro composto da mattoncini color crema. All’interno un bel giardino, non grande ma ben tenuto, abitato da alberi di melo e melograno circondati da roseti. Un piccolo paradiso fresco. Qui incontro un anziano signore di origine afghana, il quale mi racconta della sua nazione: “Nella mia terra c’erano tanti posti meravigliosi. Ora forse non esisteranno più, sono tanti anni che non torno in quei luoghi. Ricordo, per esempio, di un lago dall’irreale colore turchese puro intenso a circa 200 chilometri da Kabul, era un dono della natura”. Mi indica la località sulla mappa stradale che ho con me. Prosegue, visibilmente commosso, gli occhi lucidi velati dalle lacrime: ”Adesso soltanto guerra e desolazione. Io non posso più tornare là, ma ti auguro buona fortuna nella mia patria, sii prudente.” Mi stringe calorosamente la mano e si eclissa nel caldo di mezzodì.

Il breve colloquio, effettuato con il mio stentato russo, mi lascia in una strana sensazione a metà tra il voler proseguire verso l’ignoto, ma affascinante Afghanistan, ed il desistere e tornare verso casa. L’ago della bilancia pende però in modo preponderante verso la prosecuzione del viaggio quando una graziosa signora del consolato, dallo sguardo dolce e dal sorriso gentile, mi consegna il visto, con mia sorpresa, in solo due ore d’attesa. “Le ho fatto fare, eccezionalmente, un permesso di transito della durata di 14 giorni anziché gli standard 7 giorni”, mi dice porgendomi il passaporto vistato. E’ la prima volta che vedo il passi afghano sul mio documento. E’ l’unico riempito a mano con penna a biro! Non credo ai miei occhi, mentre rigiro tra le mani il passaporto con il visto. Afghanistan: il solo nominarlo fa un po’ paura, ma ben presto capisco che si trattava di un timore più che altro indotto dai media.

Una delle tre Madras di Piazza Rejistan a Samarcanda, in Uzbekistan

Il 10 settembre, con emozione adrenalinica, attraverso il lungo ponte metallico sul fiume Amudarja che divide l’Uzbekistan dall’Afghanistan. In fretta la preoccupazione svanisce, quando incontro gli amichevoli e sorridenti militari di frontiera sotto il cartello di “Wellcome to Afghanistan”, sovrastata dall’immagine dello scomparso comandante Massud.

L’INGRESSO IN AFGHANISTAN

La prima caotica e viva città che incontro è la splendida Mazar-e-Sharif e la sua spettacolare Moschea Blu splendente di lapislazzuli celesti, fulcro della città. Qui l’atmosfera che si respira sembra tranquilla e rilassata. Mi godo una passeggiata tra i bei viali curati, ombrosi e riccamente adornati da piante fiorite, che la circondano. Numerosi devoti sono in preghiera, mentre il muezzin intona la sua cantilena che riecheggia nell’aria dando un senso di magia a questo luogo sacro. Io sono fondamentalmente ateo, ma questi siti mi infondono una certa suggestione e benessere. E’ mia abitudine fare uno o due giri attorno ai posti religiosi che più mi colpiscono in cerca di ispirazione e coraggio. L’ho fatto a Bukhara così come a Samarcanda roteando attorno al prodigioso complesso del Registan. Ed anche questa moschea risalente al XV secolo, rivestita da maioliche verde-blu, è sicuramente una località suggestiva ed ammaliante. Giro e rigiro, osservando affascinato l’indecifrabile intreccio di segni splendenti che la adornano. Dei colombi bianchi le volteggiano intorno e si appollaiano sulle sue nicchie meravigliosamente affrescate, dando un senso di pace e speranza che in questa martoriata parte di mondo sarebbe più che auspicabile. Attorno alla moschea noto delle donne, alcune coperte da burqa colorati, e altre soltanto da veli bianchi o neri, le quali mi ricordano che sono realmente in Afghanistan.

Tra le vie di Mazar, mi confondo in mezzo alla gente sentendomi fra amici come in tante altre parti dell’Asia Centrale visitate in precedenza. Nel convulso bazar cittadino, un bimbetto mi accompagna per le vie sconnesse, alla ricerca di un negozio di telefonia, preoccupandosi di segnalarmi gli ostacoli pericolosi per le rotelline della mia sedia (sono disabile dall’età di dieci anni), per poi congratularsi, facendomi segno con il pollice all’insù, per la mia “abilità” nel dribblare le irregolarità del terreno. Una volta individuato, stipulo velocemente un contratto telefonico con un gestore di telefonia mobile. A questo punto mi sento quasi afghano quando il simpatico commerciante baffuto mi consegna la nuova sim “Roshan”! Riprendo il viaggio verso le montagne a sud attraversando Pol-e-Kohmri. Qui passo la notte ospitato nel comando polizia. La serata trascorre piacevolmente in compagnia del colonnello Sheer, che si trasforma in insegnante di lingue aiutandomi ad apprendere alcune frasi in farsi, uno dei più usati idiomi dell’Afghanistan. Sheer parla il russo, questo fatto mi permette di comprendere il significato delle parole di questa, per me, nuova lingua che faticosamente cerco di acquisire. Trascrivo su un quaderno la pronuncia fonetica, e a fianco il significato. Sheer è un maestro esigente, infatti vuole che io ripeta quanto ho scritto per essere certo dell’esattezza della mia dizione. Dopo qualche correzione rimane soddisfatto. Vengo promosso “afghano” a tutti gli effetti, il mio nome da ora in poi sarà Fasil! Peccato che riesca a pronunciare sì  e no una ventina di parole e circa dieci frasi, ma meglio che niente.

I laghi blu cobalto di Band e Amir

Giusto quel tanto che basta a rompere il ghiaccio e venire accettato dalla gente con più facilità. Sarei potuto andare direttamente a Kabul ma, quando vedo il cartello che indica la strada per Bamiyan, non resisto alla tentazione di andare a visitare i Buddha, o più esattamente, quello che ne resta. Una stradaccia tutta pietre e polvere, effettuata a bassissima velocità salutando e dando la mano a

quante più persone possibile. A volte do un passaggio alla gente che me lo richiede cercando di comunicare con quel poco di farsi che sono riuscito ad apprendere ieri sera dall’improvvisato e simpatico “insegnante” del comando polizia di Pol-e-Khomri. Attraverso panorami di rara bellezza fatti di campi verdi, arcaici villaggi di argilla e gente semplice. E’ meraviglioso l’incontro con queste persone che mi fanno sempre sentire ben accetto. Ogni volta che scendo dalla Panda, montando la mia carrozzella, do spettacolo, e interi villaggi si assiepano intorno me per vedere quella che ai loro occhi deve sembrare una specie di prodigio. Una persona che non ha l’uso delle gambe e se ne va a zonzo per il mondo guidando una macchina, in Afghanistan, penso sia vista come una stregoneria. Tutti rimangono meravigliati, stupiti, nel provare a manovrare i comandi a mano dell’auto. I grandi vogliono studiare il meccanismo, quasi a volerne carpire i segreti, mentre i bambini si divertono un mondo a schiacciare sull’acceleratore e sentire il motore prendere giri, ridendo fragorosamente. Ma i più curiosi in assoluto sono le sfortunate persone disabili, senza un arto o entrambe, con le quali instauro un tacito rapporto di reciproca comprensione. Vogliono capire, conoscere come sia possibile guidare ancora dopo tragici “incidenti” di guerra, e magari riprendere a lavorare o semplicemente, vivere.

I BUDDHA DI BAMIYAN

Una delle nicchie che ospitava i celebri Buddha di Bamiyan

Alla periferia del villaggio di Bamiyan, mi appare una lunghissima e alta falesia di roccia rossastra tormentata da grotte di varie dimensioni usate in tempi remoti come abitazioni dei monaci. Due di queste sono di altezze gigantesche. Sono le nicchie che contenevano i Buddha. Di loro non ve ne’ quasi più traccia, dopo la distruzione operata dalla pazzia iconoclasta Taliban nel 2001, ma a guardar bene nella cavità si riesce ancora ad intuire la forma delle statue costruite tra il III e IV secolo d.C. E’ come un alone rimasto impresso nella roccia sottostante che da l’idea delle dimensioni ciclopiche degli antichi Buddha alti oltre 50 metri. Tra i due giganti, in una nicchia più piccola, è presente un bassorilievo in parte sfigurato di quello che sembra un altro Buddha alto circa 10 metri. Il suo volto semidistrutto sembra avere un’impressione sgomenta di fronte a tanta devastazione. Ora sono in atto dei lavori di restauro da parte di ditte occidentali (tra cui anche l’Italia), per tentare di riportare in vita i Buddha. Non vedo altre persone a gironzolare tra le rovine, a parte la Panda. La notte la trascorro in posizione panoramica con le grotte di fronte. Stupendo il panorama all’alba con una leggera nebbiolina che le avvolge rendendole irreali. Nei campi poco distanti, la popolazione è intenta nei lavori di sempre utilizzando arcaiche tecniche manuali. Trattori e altri mezzi motorizzati sono quasi del tutto sconosciuti. L’unico aiuto viene da muli e buoi usati per arare i campi o per molare il grano. Delle donne, a volte bellissime, vestite in colorati sari, a volto scoperto, trasportano sulla testa il frutto del lavoro avvolto in teli variopinti. Il paesaggio circostante, anche senza i Buddha, rimane di una bellezza sconcertante e senza età.

I LAGHI BAND E AMIR

Fabio Migli dalla sua Panda osserva il panorama mozzafiato dei laghi blu cobalto di Band e Amir

80 chilometri a ovest di Bamiyan, su pista misto pietre e sabbia, incontro i laghi blu cobalto di Band-e-Amir. Uno spettacolo che mi lascia senza fiato. Mai in passato avevo visto nulla di simile. Qui riecheggiano nella mia testa le parole pronunciate con commozione da quell’anziano signore incontrato giorni addietro all’ambasciata afghana di Tashkent: “I laghi Band-e-Amir erano un dono della natura, ma forse ora non esisteranno più.” Come vorrei che ora fosse qui per rendersi conto che questo luogo meraviglioso c’è ancora. E’ realmente un dono della natura di un colore puro mai visto prima, incastonato come una pietra preziosa tra un vasto canyon di pietra dalle pareti altissime e verticali. Ricorda il Gran Canyon Usa, soltanto più piccolo. Parcheggio la macchina quasi sull’orlo di una lingua di roccia. Sotto di me un baratro verticale che precipita nell’acqua limpidissima. Provo a gettar giù una pietra, e passano sei lunghi secondi prima di udirne il tonfo. Meglio non sporgersi troppo!
Il lago da un lato è chiuso da una barriera di calcaree bianchissimo solcato da una cascata. Da lontano si ha l’idea di un ghiacciaio che si butta nell’acqua. Il contrasto di colori è indescrivibile.
Stento a credere di essere nel “terribile” Afghanistan.

Il benvenuto in Afghanistan è accompagnato da una foto del generale Massud ucciso dai Talebani

FINALMENTE KABUL

Tutto sembra andare per il meglio, quindi dopo otto giorni di viaggio in terra afghana mi sento ormai tranquillo e accasato. Il 18 settembre giungo a Kabul sul fare della sera. Come per magia, vagando per le sconnesse e polverose vie della città, mi trovo davanti al cancello dell’ospedale di Emergency, dove gli straordinari medici italiani mi ospitano per la notte nel loro appartamento di fronte. Qui, immediatamente mi sento a casa. Raramente avevo provato un sensazione così forte di trovarmi a mio agio in un ambiente amichevole e positivo. Mi da l’impressione di essere tra amici di vecchia data dotati di una carica di umanità ed immediatezza senza eguali. Il mattino successivo visito l’interno dell’ospedale per vittime di guerra. Rimango colpito dal bel giardino curato fin nei minimi dettagli, dotato anche di altalene per i piccoli pazienti. Insieme ai medici italiani visito i reparti. Anche qui la pulizia e l’ordine sono impeccabili. Trattengo il pianto a stento quando osservo i tanti feriti di tutte le età, vittime di mine e della pazzia della guerra. “Loro perlomeno sono stati fortunati a riuscire ad arrivare in tempo in questo luogo dove riceveranno sicuramente delle amorevoli cure. Ma chissà ora quante altre persone sventurate stanno soffrendo nel resto del Paese.” Penso tra me addolorato.

In città, all’ambasciata del Pakistan, dovevo ottenere un documento doganale per oltrepassare il confine afghano/pakistano, ma qui cominciano i problemi: il console mi informa che dal 2006 è stato interdetto il transito terrestre ai mezzi leggeri tra i due Paesi per ordini governativi. Una doccia fredda. Provo a insistere ma non c’è verso: in Pakistan con la macchina non si può andare. A questo punto penso di tornare in Italia via Herat e Iran, e prontamente riprendo a guidare tra i vari blocchi di cemento sovrastati da militari armati che delimitano la strada attorno alle “zone sensibili”, fino all’ambasciata iraniana. Qui altre difficoltà: “Per avviare le procedure di richiesta del visto, ci deve prima fornire una lettera d’introduzione da parte della sua ambasciata”, mi comunica un funzionario. “Altro giro, altro regalo” penso, intanto che mi immergo nel caotico traffico di Kabul alla volta della non lontana ambasciata Italiana.

LA “VIA DI FUGA”

Quando varco il massiccio e alto cancello nero che occulta alla vista la sfarzosa sede diplomatica di casa nostra, il mio viaggio itinerante prende una piega che mai avrei immaginato. I sorpresi carabinieri di guardia chiamano un ancor più incredulo Consigliere dell’Ambasciatore (in vacanza in Italia, dunque il Consigliere faceva le sue veci). Un ragazzo simpatico e affabile ma irremovibile di fronte al mio voler proseguire il percorso verso l’Iran. “La strada per Herat è interrotta per operazioni militari in corso e l’unica via sarebbe a sud attraverso Kandahar, zona pericolosissima, non possiamo permetterti di proseguire oltre, in passato abbiamo già avuto fin troppi problemi con sequestri vari. Forse ti possiamo organizzare una via di fuga un po’ “avventurosa”, ma penso che si possa fare. Ora ne parliamo con il Generale”, afferma il Consigliere.
La “via di fuga”, da loro escogitata, è semplicemente da pazzi: vorrebbero farmi rimpatriare con un grande aereo militare C130, Panda compresa! “Abbiamo avvertito l’unità di crisi, e il Generale si sta già dando da fare, è una cosa fattibile, c’è solo da attendere un aereo non troppo carico che vada in Italia. Credimi non hai altra scelta. Intanto che aspetti sarai nostro ospite, la stanza presidenziale è a tua disposizione.” Il Consigliere è di una squisitezza unica, sempre pieno di attenzioni nei miei riguardi, e in breve divengo la mascotte dell’ambasciata. Mi sento imprigionato, ma non mi lasciano altre chances.

LA PANDA VOLANTE

Resti dell’Armata Rossa

Sette lunghi giorni di attesa poi finalmente, il 26 settembre, m’imbarco con tutta la macchina sul poderoso quadrimotore dall’ipercontrollato e armato aeroporto militare di Kabul. Prima della partenza due elicotteri Apache si levano a mezz’aria, perfettamente paralleli, per controllare l’area della pista. L’interno del C130, spartano ed essenziale, ricorda la stiva di una nave o anche un dirigibile. I quattro potenti motori a elica fanno un rumore infernale, fastidioso anche usando i tappi nelle orecchie. Quando si stacca dal suolo, ondeggia paurosamente tra le onde del cielo, ma una volta in quota si stabilizza e diviene quello che è definito “ferro da stiro”.

Kyrgyzstan, le sarte kirghise

Destinazione finale Ciampino, dopo uno scalo negli Emirati Arabi. Con immenso stupore mi trovo in breve a guidare tra le vie di Ciampino, frastornato ed assorto nei pensieri. “Soltanto due giorni fa ero tra il caos di Kabul, ed ora eccomi di nuovo in Italia!”, rifletto incredulo. Mi fermo tra le vie della cittadina, che conosco benissimo dal momento che collaboro da tanti anni con una ditta di radiocomunicazioni appena fuori il centro, e faccio un incontro inaspettato. Ascolto una voce familiare che mi chiama per nome: “Fabio, cosa ci fai qui? Pensavo fossi ancora in Afghanistan.” Si tratta del mio principale, esterrefatto al vedermi già di ritorno. Difficile raccontargli come sono andate le cose. Prosegue: ”Beh, meglio così, forse sono state le nostre raccomandazioni a farti tornare in anticipo. Domani ti aspettiamo, c’è un mucchio di lavoro arretrato per te!”

Il 28 settembre termina, insperatamente, la mia avventura in terra afghana. Quest’ultimo pazzo viaggio mi è rimasto nell’anima più di ogni altro fatto in precedenza. Anche se è stato tra i più brevi degli ultimi tempi, 18.000 chilometri in quasi tre mesi, si è rivelato molto intenso, emotivo e partecipato. I miei viaggi sono comunque sempre sentiti e vissuti, amplificati dal fatto che parto da solo, abitando nell’ambiente circostante utilizzando la comoda Panda-minicamper e in compagnia della gente che a mano a mano incontro sulla via, condividendo momenti indimenticabili. Queste brevi righe sono a ricordo di quei meravigliosi e incancellabili giorni trascorsi tra le generose persone afghane. Ritorno a Roma, e rivedo la vecchia Panda 4×4 impolverata e triste. E’ strano, mi sembra quasi depressa per averla abbandonata a casa. Non resisto alla tentazione di rimetterla in moto, e dopo pochi giri di avviamento, eccola di nuovo rombante, come se niente fosse. Quando monto all’interno di questa vissuta vettura, succede una specie di magia: mi tornano davanti agli occhi mille immagini di posti esotici e di persone sorridenti che hanno condiviso con me esperienze ed emozioni indescrivibili in angoli remoti del globo. Ormai tra noi c’è un rapporto di sintonia e quasi di tacita simbiosi.

Testi e foto di Fabio Migli

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